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Proteste in Iraq: il giorno in cui licenziarono l’eroe di Mosul. Intanto si muore per strada /VIDEO

Non c’è un leader, un portavoce, qualcuno che parli per tutti, ma la gente in piazza sembra muoversi tutta insieme quando protesta. Chiede di tutto senza un ordine del giorno: dall’acqua pulita a un nuovo governo iracheno, meno corrotto. Chiede che i giovani laureati non restino senza lavoro, ma possano accedere ai posti di comando del paese per cambiarlo. Al governo a Baghdad c’è una coalizione sciita, eppure non sono le minoranze sunnite o curde a protestare, quelle rimaste ai margini del potere: sono gli sciiti stessi e in massa, da Nassirya a Bassora fino alla città santa di Najaf.

A Baghdad in piazza Tahrir e lungo i ponti sul Tigri che portano alla “Green Zone” dove ha sede il governo, la nuova ondata di proteste ha preso uno slancio rinnovato venerdì scorso: finita la pausa di due settimane per la festività di Arbaeen, gli sciiti sono tornati in piazza.

Ieri il governo ha annunciato l’ennesimo coprifuoco nella capitale, ma non ha funzionato, come tutti gli altri. Fonti locali ci raccontano che i dimostranti da decine di migliaia dopo l’annuncio hanno sfiorato il milione. Non è servito nemmeno il blackout del web, che il primo ministro Adel Abdul Mahdi ha dovuto revocare a malincuore dietro pressioni internazionali.

Mahdi parla di riforme, ma i dimostranti adesso non si accontentano più: vogliono che vengano allontanate dai centri di potere le milizie sciite filoiraniane che dopo la guerra all’Isis sono rimaste in armi e hanno occupato i gangli del potere. A Baghdad la gente chiede che il paese sia restituito agli iracheni.

Non è facile verificare le cifre dei morti di questi ultimi sei giorni di proteste: 130 dice il ministero della Salute iracheno, 74 dicono le forze di sicurezza. I feriti di oggi sarebbero 60, un ragazzo è morto colpito in piena testa da un lacrimogeno (video con immagini forti – lettore in basso): è così che hanno perso la vita molti manifestanti scesi in piazza in questi giorni. La gente dice che sono i cecchini delle milizie iraniane a colpirli. E l’Iran è l’obiettivo di molti slogan e azioni di protesta di questi giorni non solo a Baghdad, ma anche a Beirut, in Libano e a Deir Ezzor, in Siria.

Pochi giorni fa la folla ha preso d’assalto il consolato iraniano a Karbala, la città irachena meta del pellegrinaggio di Arbaeen, appena concluso. È successo anche al consolato di Teheran a Bassora assalito dai manifestanti inferociti. Nel sud dell’Iraq uomini armati hanno dato fuoco alle sedi delle milizie filoiraniane. Ieri un razzo Katyusha è caduto a meno di cento metri dall’ambasciata americana a Baghdad, nella “Green Zone”, uccidendo un uomo delle forze di sicurezza irachene.

Non è che in Iraq la gente abbia vissuto bene fino a ieri. Certo, con la fine dell’emergenza Isis nel paese e il nuovo governo di Abdul Mahdi in molti avevano sperato che le cose sarebbero cambiate. Ma qualcosa nei giorni che avevano preceduto lo scoppio delle proteste era accaduto tra Baghdad e Teheran. Il 28 settembre uomini delle forze di sicurezza iraniane avevano fatto irruzione nel consolato iracheno di Mashhad, nel nord est dell’Iran, arrestando e torturando due diplomatici. I due iracheni erano stati rilasciati poco dopo dietro pressioni non meglio specificate e Baghdad aveva deciso di sospendere momentaneamente le attività del consolato. Il 29 settembre, solo un giorno dopo, il primo ministro iracheno Abdul Mahdi aveva rimosso dall’incarico il comandante delle forze d’élite per il controterrorismo, il generale Abdul-Wahab al Saadi, uno degli eroi popolari della guerra contro l’Isis a Mosul. Oltre che uno degli uomini di fiducia degli americani in Iraq. Le prime proteste erano nate così: la gente chiedeva il suo ritorno inondando i social di hashtag con il suo nome e accusando i politici filoiraniani di averlo silurato.

Adesso quegli stessi politici, leader delle due principali coalizioni sciite al potere, Muqtada Al Sadr e Hadi Al Amiri chiedono le dimissioni del primo ministro Abdul Mahdi di cui fino a ieri sono stati i principali sostenitori. Cercano di restare a galla. Ma Al Amiri è il capo delle milizie filoiraniane in Iraq, mentre Al Sadr ha tentato di unirsi ai manifestanti a Najaf ed è stato respinto dalla folla in malo modo.

Ieri Al Mahdi, l’uomo che un mese fa ha licenziato uno degli eroi iracheni di Mosul, ha dichiarato di essere disposto a dimettersi. La decisione adesso spetta al Parlamento. Scuole, banche e negozi restano chiusi: il governo è in paralisi, l’economia è quella di sempre, tanto per gli sciiti iracheni quanto per i sunniti.

Monica Mistretta


Ringraziamo Saman Mahmood Mawlood, cameraman iracheno, per le informazioni dall’Iraq


Immagini forti, se si prosegue nel visionare il video, lo si fa consapevolmente. Le immagini registrate posso turbare, infastidire o offendere le persone

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