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Siria: la tregua che non c’è, Ankara e Damasco si scontrano al confine

Aggiornamento – 29 ottobre, Siria e Turchia si stanno fronteggiando a suon di colpi di artiglieria al confine turco-siriano, quando mancano poche ore allo scadere della tregua negoziata tra Russia e Turchia. Le forze turche si stanno scontrando contro quelle fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad, per la prima volta da quando è iniziata l’offensiva turca contro i curdi il 9 ottobre scorso, nella zona di al-Assadiya, a sud della città di Ras al-Ayn, al confine tra i due Stati.

credit: www.syriahr.com


Mosca, Washington e Ankara proteggono i propri interessi e l’Isis rialza la testa. Curdi e civili stretti in una morsa ignorati da tutti (25 ottobre)

Si combatte a Ras al Ayn: qui, al centro di una delle arterie stradali che dalla Turchia portano al confine con l’Iraq e alla ricca provincia di Deir Ezzor, i curdi delle Forze Democratiche Siriane e le milizie sostenute dall’esercito turco non hanno mai smesso di fare fuoco.  A Ras al Ayn non ha retto la tregua mediata da Trump con la Turchia una settimana fa e adesso non regge nemmeno quella firmata martedì tra Mosca e Ankara.

L’ultimo accordo prevede, ancora una volta, che le forze curde si ritirino dal confine turco per 32 chilometri: è la zona cuscinetto di sicurezza voluta dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan in tutte le sue contrattazioni. Ma gli ultimatum si susseguono inutilmente tra i cessate il fuoco di 100 ore e le mediazioni diplomatiche che vedono rincorrersi staffette di altissimi ufficiali statunitensi e russi. I curdi hanno dichiarato più volte di essersi ritirati, prima agli americani poi ai russi, anche se gli scontri al confine che li vedono protagonisti proseguono.

A ovest di Ras al Ayn l’esercito di Ankara e le milizie alleate controllano ormai una striscia di terra di circa 100 km lungo il confine: sembra disegnata con il righello. Al centro hanno costruito una base militare stabile. Tutto intorno, verso Kobane e Qamishli, l’esercito siriano di Bashar al Assad continua ad avanzare: ieri le agenzie di stato di Damasco riportavano scontri tra forze turche e truppe governative nella provincia di Idlib e lungo tutto il confine con la Turchia. E sta arrivando anche l’esercito russo al quale, secondo l’accordo del 22 ottobre con Ankara, spetterà il compito di controllare il ritiro curdo: oggi sono sbarcati al porto di Latakia 300 militari ceceni, tutti musulmani sunniti come i turchi. Domani un convoglio dell’esercito russo è atteso proprio a Ras al Ayn, la zona calda. Ma non arrivano solo militari.

Le organizzazioni umanitarie hanno accusato la Turchia di aver deportato con la forza centinaia di rifugiati siriani costringendoli a far ritorno nel paese che hanno abbandonato sotto le bombe e dove la guerra non sta certo volgendo al termine. Amnesty International ha parlato di rifugiati picchiati per convincerli a partire o costretti a firmare documenti nei quali chiedevano di far ritorno in Siria. Human Rights Watch ha emesso un comunicato nel quale ha raccontato gli arresti arbitrari e le deportazioni di rifugiati nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, sotto controllo turco. Ankara ha rifiutato le accuse, ma ha riconosciuto che 365.000 rifugiati hanno già fatto ritorno nel paese. Intanto, milizie ed eserciti continuano ad arrivare.

Anche gli Stati Uniti si ritirano a metà: il Pentagono oggi ha reso noto che è pronto a spedire nuove truppe per proteggere i giacimenti petroliferi della provincia di Deir Ezzor, attualmente sotto il controllo delle milizie curde. Fox News e CNN ieri notte hanno rivelato che Washington si prepara a inviare in Siria mezzi corazzati pesanti per proteggere il giacimento di gas della Conoco.  Il segretario americano alla Difesa Mark Esper oggi ha confermato l’invio di forze corazzate.

Nel frattempo, in mezzo a tanti eserciti e milizie, l’Isis non è ancora stato sconfitto: oggi nella città di Qamishli, al confine con la Turchia, ha rivendicato un attacco con autobomba contro un quartier generale delle milizie curde. Nessuno dei protagonisti della interminabile guerra siriana ha intenzione di mollare la presa: ciascuno sembra prendere posizione per proteggere i suoi interessi con il minimo sforzo possibile.

Monica Mistretta

 

 

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