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Siria: le mani sul petrolio, qualcuno potrebbe rimanere a bocca asciutta

In Siria nelle zone rurali di Daraa, la gente aspetta con timore l’arrivo dell’inverno. Il gasolio sul mercato nero è carissimo e la maggioranza non se lo può permettere. Qualche fornitore non lo vende nemmeno: lo tiene in serbo per metterlo sul mercato quando farà più freddo e potrà guadagnarci almeno il doppio.

Il regime di Bashar al Assad ha tentato di arginare la situazione fornendo 600 litri di gasolio a famiglia, ma non basta. Anche sul mercato legale i prezzi sono raddoppiati rispetto a prima della guerra. A Damasco, nella capitale, le cose non vanno meglio: in aprile sulle strade, tra le auto, ha fatto capolino qualche mulo.

Il Pentagono adesso ha fatto sapere che i proventi della vendita del petrolio siriano andranno ai curdi: sono loro a controllare gli impianti più importanti nel nord est del paese. È qui che Trump ha scelto di lasciare un numero imprecisato di soldati americani a guardia dei pozzi. Ma altri impianti, più piccoli, sono tornati alla chetichella nelle mani di Assad. Era la metà di ottobre quando le milizie curde, con un accordo di cui ancora non conosciamo i termini, hanno fatto entrare l’esercito di Damasco in quel triangolo della provincia di Raqqa nell’estremo nord est del paese, dove sorgono gli impianti petroliferi di al Omar, Suwaydiya e al Rumailan. Ed è proprio qui che nei giorni scorsi si sono avvicendati l’esercito statunitense e quello siriano di Assad, sorpresi da un fotografo dall’agenzia France Presse in posa accanto agli stessi pozzi nel giro di 24 ore.

Il controllo delle zone della Siria è difficile da seguire: in piccole porzioni di territorio si muovono russi, turchi, curdi, americani, siriani ribelli ed esercito di Assad, tutti in una curiosa convivenza fatta di accordi non detti e sempre più inconfessabili spartizioni di risorse.

Bassa produzione di petrolio in Siria ma…

Non che la Siria sia mai stata un grosso produttore di petrolio: adesso, dopo otto anni di bombardamenti, il declino della produzione e il malfunzionamento degli impianti, lo è ancora meno. O almeno così pare: la Siria secondo le stime ufficiali avrebbe solo lo 0,14% del petrolio mondiale. Ma qualcuno dice che Assad ha sempre mentito sulle riserve reali del paese: l’analista americano Suhail al Hamdan della American University for Human Sciences sostiene che dichiarando solo una piccola parte della produzione petrolifera del Paese, la famiglia di Assad e i suoi accoliti negli anni si siano intascati miliardi e miliardi di dollari in nero. Le prove non ci sono, ma a chi le volesse trovare, sarebbe sufficiente bussare alle porte degli Stati verso cui la Siria ha sempre esportato il suo greggio: in Europa.

Comunque sia, Mosca e Teheran non sono certo disposti a farsi da parte. Soprattutto Teheran che alla Siria continua a fornire il petrolio a puro titolo di credito.

È chiaro che gli interessi di tutti si stanno spostando più a sud della provincia di Raqqa, verso i pozzi di Deir Ezzor, i più ricchi di tutti. Curdi e americani li pattugliano notte e giorno: solo l’Eufrate li separa dalle truppe di Assad e dalle milizie filoiraniane. Fonti locali raccontano che nuove milizie di Teheran arrivano ogni giorno dall’Iraq: si stanno ammassando lungo il fiume. Di giorno reclutano la gente del posto e confiscano case lungo l’Eufrate, di notte si spostano. Martedì scorso ci sarebbe stato anche un breve scontro tra milizie curde ad esercito di Assad nella località di Husseiniya.

Teheran rischia di vedere infranto il suo sogno

Un primo accordo sul petrolio siriano deve pur esserci stato se Assad ha messo le mani sugli impianti di Raqqa. Trump nei giorni scorsi ha detto che sarà la Exxon Mobil a prendere in mano i pozzi di Deir Ezzor, ma è difficile immaginare la multinazionale americana pronta a investire facendosi largo tre le milizie di mezzo Medio Oriente. Se è vero, come ha detto il Pentagono, che i proventi dovranno andare ai curdi, è più probabile che a mettere le mani sui pozzi di Deir Ezzor siano i russi. Soprattutto ora che l’Iran ha diverse gatte da pelare in Iraq e Libano, dove le proteste rischiano di far crollare il sogno della mezzaluna sciita da Teheran a Beirut: proprio adesso che è arrivato il momento di spartirsi il petrolio.

Monica Mistretta

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