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Caso Cucchi: 12 anni di carcere ai 2 carabinieri che lo pestarono a morte

Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati dal vicebrigadiere Francesco Tedesco, condannato anche lui a 2 anni e 6 mesi per falso. La famiglia: ” Ora Stefano potrà riposare in pace”

Roma, 15 novembre 2019 – Quella del trentunenne geometra romano Stefano Cucchi è da ieri sera l’unica vicenda giudiziaria italiana che sia riuscita, sopratutto grazie all’ostinazione di sua sorella Ilaria, a stabilire non una verità di comodo, ma la Verità, appunto con la “v” maiuscola.

Questo nonostante i picchi da “film dell’orrore” dei depistaggi denunciati dal pubblico ministero Giovanni Musarò, lo stesso che ha definito il verbale di arresto del povero Stefano “il primo atto scientifico di depistaggio”.

Cosa accadde alla caserma Appia di Roma

Ad arte, i Carabinieri responsabili del suo atroce pestaggio – avvenuto nella caserma Appia, dove lo avevano portato per un foto-segnalamento del tutto arbitrario e al quale Stefano aveva rifiutato di sottoporsi – brigarono poi in modo da far ricadere la responsabilità di quei gravissimi maltrattamenti sugli agenti della Polizia Penitenziaria incaricati di “custodirlo” all’Ospedale Sandro Pertini di Roma, lo stesso nel quale, una settimana dopo il suo ricovero, giovedì 22 ottobre 2009, Stefano morì.

Ebbene, nel corso del processo conclusosi con la sentenza di ieri, nell’aula bunker del Tribunale di Roma, ogni depistaggio si è sciolto come neve al sole della Verità, una verità più nera di qualunque depistaggio: quella appunto che tante false piste avrebbero dovuto insabbiare per sempre.

Vicebrigadiere Tedesco condannato per falso

Il vicebrigadiere Francesco Tedesco, cui si deve la testimonianza su quanto realmente accadde in quella maledetta caserma Roma Appia (“Sentii testa Cucchi fare crac dopo calcio del collega D’Alessandro”) , nonostante proprio lui avesse spintonato i due commilitoni intenti a colpire Stefano con ceffoni, pugni e calci, cercando invano di farli desistere, è stato condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per aver operato poi tutti i falsi a lui imposti dalle alte gerarchie dell’Arma dei carabinieri, il cui comandante generale all’epoca era il Generale Leonardo Gallitelli.

Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due responsabili dell’aggressione mortale, sono stati condannati invece a 12 anni per omicidio preterintenzionale, 6 di meno di quanti ne aveva chiesti il Pm.

“Ora Stefano potrà riposare in pace” ha commentato la famiglia, presente come sempre a tutte le udienze.

La Corte ha disposto, tra l’altro, il pagamento di una provvisionale di 7mila euro alla madre Rita Calore, al padre Giovanni Cucchi e alla loro figlia, la “pasionaria” Ilaria, che ha ora come compagno di vita l’avvocato Fabio Anselmo.

Gli avvocati difensori degli imputati hanno annunciato che faranno ricorso: “Se secondo la Corte d’Assise d’appello non è escluso che Cucchi sia morto per colpo dei medici, come si può concepire una morte per omicidio preterintenzionale?”

La posizione dei medici del Pertini

Dopo sette processi, tre inchieste e due pronunciamenti della Cassazione, proprio ieri si era chiusa con la prescrizione l’appello bis per 4 medici del Pertini che erano accusati di omicidio colposo per negligenza e menefreghismo con si quali erano “occupati” di Stefano durante la settimana nella quale fu ricoverato, alla fine della quale spirò. L’accusa, come si sapeva, è stata prescritta, cosicché il primario Aldo Fierro e i medici Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo non sono più perseguibili. Invece la dottoressa Stefania Corbi, che in quei giorni era in vacanza, è stata assolta “per non aver commesso il fatto”.

Ma nel processo più importante, quello contro i Carabinieri, c’è anche la posizione del maresciallo Roberto Mandolini, che falsificò il verbale di arresto di Stefano e che è stato condannato per questo, ieri, a 3 anni e 8 mesi di reclusione.

Le reazioni politiche

E veniamo alle reazioni politiche. La più significativa è quella del Presidente della Camera Roberto Fico: “La solidità di una democrazia si misura sulla capacità di fare verità” ha dichiarato.
“Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà”, si è invece limitato a dire Matteo Salvini.

A dicembre un nuovo processo per i depistaggi

Ora la famiglia Cucchi e l’opinione pubblica aspettano un altro processo, che si aprirà a dicembre: quello per i depistaggi, che non si verificarono solo immediatamente dopo la morte di Stefano, ma anche nel 2015, quando la deposizione di Riccardo Casamassima, ieri presente in aula, consentì finalmente la riapertura delle indagini.
Quelle vere.

Giancarlo De Palo

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