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Il gameover è vicino, ad un passo. Dopo una giornata sulle montagne russe, sembra ormai giunto alle battute finali il governo Draghi, dopo 17 mesi segnati dalla lotta alla pandemia, la corsa per mettere in piedi la campagna vaccinale, le frizioni di governo sulla guerra in Ucraina, il difficile capitolo dell’invio delle armi a Kiev. Fi, Lega, M5S non votano la fiducia, e quell’appello di Draghi in Aula – “siete pronti a ricostruire il patto” che ha consentito all’esecutivo di andare avanti in questo anno e mezzo?- cade inesorabilmente nel vuoto. In realtà il governo incassa il sì alla fiducia, ma sono appena 95 i voti a favore -Pd, Iv, Leu, Ipf e Italia al Centro- numeri lontani anni luce da quelli che servirebbero per rimettere insieme una maggioranza che si è sfilacciata giorno dopo giorno e che fa i conti con i contraccolpi di una caduta che si annuncia rovinosa.

A fine giornata non sale al Colle Draghi, lascia Palazzo Chigi diretto nell’abitazione ai Parioli. C’è incertezza sul passaggio alla Camera, dove oggi il premier ha depositato il suo discorso: la seduta di domani alle 9 al momento è convocata, ma è solo un passaggio formale, assicurano fonti di governo, il presidente del Consiglio confermerà le sue dimissioni per salire subito al Quirinale, “inutile farsi illusioni”, viene spiegato.

Eppure Draghi, anche quando è chiaro a tutti che il governo è vicino al capolinea, si mostra di ottimo umore con il suo staff e con i cronisti, “per ora prendo l’ascensore”, scherza con chi gli chiede se sia diretto al Quirinale per le dimissioni. E sembra usare un filo d’ironia anche arrivando nell’emiciclo di Palazzo Madama, quando davanti ai microfoni che fanno bizze si lascia andare a un evocativo: “io credo che ci sia qualcosa che non funzioni”. Ma Draghi che qualcosa si è rotto, e da tempo ormai, lo dice forte e chiaro, senza giri di parole. E chi si aspettava un discorso volto a ricucire, a fare ‘ammuina’ per salvare la maggioranza resta deluso. Al contrario, il premier sferza le forze di maggioranza: punge sul fisco e il ddl concorrenza, concede ma non troppo sul reddito di cittadinanza.

Parole premier sferzano maggioranza, P. Chigi minimizza ‘nessun attacco’

Mastica amaro il centrodestra, che rimane spiazzato dalle parole del premier sul ddl concorrenza -in particolare lascia il segno la stoccata sulle proteste dei tassisti- e sul fisco. Si aprono le prime crepe, da Palazzo Chigi puntualizzano in mattinata all’Adnkronos che non c’era nessun attacco o sfida ai partiti nell’intervento del premier, solo una ‘roadmap’ delle riforme da completare, degli impegni da onorare in chiave Pnrr. Precisa Palazzo Chigi ma non convince. Il centrodestra di governo si riunisce a Villa Grande, il nervosismo della Lega e del suo leader è palpabile.

La palla della crisi sembra finire nella metà campo del centrodestra, mentre dal M5S continua a filtrare incertezza sul da farsi, oltre all’irritazione dei senatori per un discorso che non convince, che non apre, non lascia spazio a grandi spiragli come sperato dai ‘governisti’ grillini. Del resto per l’ex numero uno della Bce, “all’Italia non serve una fiducia di facciata, che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi. Serve un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto, come quello che ci ha permesso finora di cambiare in meglio il Paese”. Se “siamo qui, in quest’Aula”, dice chiaro, è per dare risposte “a tutti gli italiani”.

Dal centrodestra arriva la ‘controproposta’, in linea con quanto dichiarato nei giorni scorsi. Ovvero avanti con Draghi, ma tenendo fuori i 5 Stelle dal perimetro di maggioranza. Da Palazzo Chigi arriva il niet: niente bis. O si rinnova il patto dell’attuale maggioranza, rinsaldandola, o il governo di unità nazionale finisce la sua corsa.

Dura replica del premier, ‘siete voi che decidete, niente richieste di pieni poteri’

La Lega tira dritto, presenta una risoluzione che va nella direzione caldeggiata dal centrodestra di governo. Pier Ferdinando Casini presenta la sua, chiedendo la fiducia sulle dichiarazioni di Draghi che il premier mette ai voti spiazzando Lega e Fi. La replica del premier è oltretutto durissima, non concede sconti. E non scevra di nervosismo quando, rispondendo a Giorgia Meloni, Draghi alza la voce replicando all’accusa mossa dalla leader di Fdi: “Siete voi che decidete, niente richieste di pieni poteri”.

Ma anche al M5S non le manda a dire, quando tuona sul superbonus, misura del governo Conte che da sempre gli è invisa: per Draghi “il problema sono i meccanismi di cessione. Chi li ha disegnati senza discrimine o discernimento? Sono loro i colpevoli di questa situazione per cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti”. Le chat dei senatori ribollono di rabbia, l’effetto domino arriva in un lampo: si sfila Fi, dunque la Lega, segue il M5S. La fine è sotto gli occhi di tutti, domani l’ultimo atto. Poi, con ogni probabilità, si aprirà la via del voto anticipato, la ‘palla’ passerà nelle mani del Capo dello Stato. “E’ finita, inutile nutrire altre illusioni”, dice un ministro allontanandosi dal Senato scuro in volto.

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