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La transizione ecologica sarà uno dei compiti irrinunciabili per il futuro dell’umanità”. Lo ha affermato con forza Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, durante l’incontro-intervista condotta dalla giornalista e scrittrice Claudia Conte nella cornice di Ecomondo, l’appuntamento riminese di riferimento per la transizione ecologica e l’economia circolare in corso a Rimini fino a domani.

Un incontro che è stato l’occasione per parlare di un “progetto rivoluzionario e ambizioso” della Regione Campania, quello sulla gestione delle grandi Reti, finalizzato a un obiettivo ben preciso: la piena autonomia idrica del territorio entro 3-5 anni. Notevoli gli investimenti previsti: circa 3 mld di euro, di cui gran parte di fondi regionali.

Il Piano per l’autonomia idrica

Si tratta di un percorso a 360 gradi che passa per varie direttrici:

  • nuove fonti di approvvigionamento
  • rifacimento delle reti
  • realizzazione di almeno una 20ina di invasi collinari da avere a disposizione in caso di siccità
  • forniture relative alle sorgenti
  • risparmio energetico e interventi sulle reti ‘colabrodo’ dove la Campania disperde il 40% di acqua.

Le reti di distribuzione primaria, che dalle sorgenti raggiungono i luoghi del consumo e che attraversano più province del territorio, costituiscono il sistema della grande adduzione, che la Regione Campania ha deciso di considerare come opera d’interesse strategico di valenza regionale. Ha quindi stabilito di costituire una unica società regionale che, chiarisce De Luca, sarà a maggioranza pubblica e avrà la gestione delle grandi Reti idriche. Il nuovo ente amministrerà

  • otto gruppi sorgentizi
  • otto campi pozzi
  • 400 mila metri cubi di serbatoi
  • 600 km di reti di diametro fino a 2200 cm
  • due centrali idroelettriche.

Nella sua azione avrà e garantirà una visione unitaria per i diversi usi della risorsa acqua:

• consumi umani

• agricoltura e zootecnia

• produzione di energia idroelettrica.

La nuova società regionale

De Luca ha ribadito che l’uso, la gestione e la proprietà della risorsa idrica e delle grandi reti sono e rimarranno pubblici, come pubblica rimarrà la definizione delle tariffe. La collaborazione con i privati avverrà laddove le loro competenze ed esperienze professionali potranno essere utili: la manutenzione di reti ed impianti, il miglioramento del risparmio energetico, l’ammodernamento dei sistemi di rilevazione dei consumi (contatori), il contrasto alle dispersioni in rete. Altrimenti, spiega il governatore, con le risorse pubbliche “non si potrebbe garantire la manutenzione a meno di non triplicare le bollette dell’acqua”.

La nuova società regionale si occuperà anche della gestione del grande invaso di Campolattaro, i cui lavori per oltre 700 milioni di euro sono stati aggiudicati “bruciando i tempi” proprio in questi giorni. Ciò dovrebbe consentire di recuperare la quota di acqua che attualmente la Campania fornisce, e continuerà a fornire, alla Puglia, circa 6000 litri al giorno. Si supererebbe così il paradosso per cui la Campania da una parte cede acqua a quella che De Luca definisce ”regione sorella”, ma dall’altra è deficitaria.

Il valore politico delle scelte in un mondo sempre più fragile

Il piano di autonomia idrica, nelle sue diverse direttrici d’intervento, secondo De Luca doveva trovare spazio e priorità nel PNRR, che invece da questo punto di vista sta diventando un’occasione sprecata perché, sottolinea il governatore, “l’Italia non è un Paese serio” e dunque alla fine non avrà risolto neanche stavolta i suoi problemi strutturali.

In questo contesto assume ancora più valore l’iniziativa campana, che è un esempio virtuoso per l’Italia: “E’ il momento in cui diamo prova di efficienza come Regione Campania”, un territorio che, rivendica De Luca, “rappresenta un altro Sud”. “Il progetto di autonomia idrica ce l’abbiamo solo noi”, sottolinea orgoglioso il governatore, perché deriva da scelte politiche precise, prese con senso di responsabilità verso le generazioni future, guardando oltre l’immediato.

“Andiamo verso un mondo più fragile e dobbiamo stare attenti – continua De Luca. La transizione ambientale richiede risorse immense. Affronteremo problemi di investimenti e problemi sociali. O abbiamo fiumi di miliardi di dollari che vanno in direzione degli apparati industriali militari o riduciamo questo flusso e li investiamo sull’ambiente. Investendo l’8-10% del Pil nelle armi, non avremo mai le risorse”. Tutto il resto, conclude, “sono solo poesie’’ che lasciano il tempo che trovano.

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