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Irruzione a Capitol Hill: democrazia e libertà mutilate?




Analisi, ragioni ed effetti dell’invasione del Campidoglio

L’assalto al Campidoglio americano, il giorno della scorsa Befana, è stato condannato universalmente ma spesso fatto passare per un golpe, mentre diverse testimonianze dicono che gran parte dei dimostranti non erano malintenzionati e fossero lì soltanto allo scopo di far sentire la loro voce contro il discusso esito delle elezioni presidenziali: non aveva, cioè, nulla a che vedere nelle intenzioni e neppure nei fatti, con un golpe o colpo di Stato, come invece sostengono altre fonti estreme. L’invasione di Capitol Hill, deprecabile quanto si vuole, anche per le vite costate, è stata più che una rivolta vera e propria, una disordinata ‘’passeggiata’’ di gruppi eterogenei che sicuramente avevano mal digerito l’esito delle elezioni; basta analizzare quel flusso per capire che non sussistevano i presupposti per un colpo di Stato, come molti – e fra essi i media ed i social network – hanno cavalcato a briglia sciolta ed impropriamente fin dall’inizio, creando scompiglio e montando preoccupazioni mondiali. Intendiamoci; qui non si vuole sminuire l’evento e le correlate responsabilità, né si vogliono privilegiare opinioni e giudizi personali contro il mainstream mediatico, fuori dal coro dei ‘’liberal’’ per principio, ma fare considerazioni e valutazioni che traggono spunto da una obiettiva analisi di quei fatti, dallo spirito dei dimostranti, da una certa conoscenza delle pretese dei due “contender”, da quella messe di informazioni sottotraccia che in qualche misura coinvolgono i Servizi ( anche i nostri…) e dai comportamenti di certi personaggi che non hanno mai digerito l’elezione dell’attuale Presidente e posto in atto, fin dall’inizio, azioni per destabilizzarlo.

Il gruppo ‘’colorito’’ che è riuscito a intrufolarsi in Campidoglio rompendo le finestre e sdraiandosi sulle poltrone dei Vip, non aveva la minima idea di mettere in atto un golpe, altrimenti avrebbe agito diversamente, occupato e sequestrato quel sito e magari tenuto in ostaggio alcuni onorevoli; invece si sono intrattenuti all’interno facendo selfie, tergiversato in atteggiamenti goliardici e risibili che tutto il mondo ha potuto vedere: non è stato un belvedere, ma neppure un dramma. Certo, in mezzo a quella folla tutto sommato pacifica dei dimostranti, come capita nelle manifestazioni di piazza importanti (basta ricordare per noi Genova e le violenze dei Black Bloc…) si sono mescolati degli ‘’infiltrati’’ non altrettanto pacifici, insieme a quelli di Antifa, dei Proud boys e dell’emergente quanto incredibile QAnon, con alcuni estremisti di opposte fazioni come i numerosi adepti del Black Lives Matter, abituali a perpetrare qualche inusitata violenza.

Comunque, anche se non sussistevano motivi pregnanti per una rivolta, come in altre manifestazioni, c’è sempre il problema di contenere i più facinorosi per evitare pericolose devianze, forme di aggressioni, violenze e distruzioni ma, oltre a ciò, è altrettanto evidente che un assalto a quell’edificio così significativo, peraltro in seduta per formalizzare la nomina del nuovo Presidente, ha assunto una valenza particolare nei riguardi della stessa democrazia. Al di là delle opinioni e posizioni di chiunque, emerge con meraviglia e stupore l’incredibile inefficienza della sicurezza e dei sistemi di protezione di quel sito, aggravati dal fatto che quella riunione di manifestanti nelle immediate vicinanze fosse nota e annunciata da alcuni giorni.

La questione della security per cui non c’è stato alcun contrasto evidente affinché quei dimostranti entrassero liberamente è di una gravità inaudita, soprattutto perché quei siti rappresentano anche dei simboli, oltreché dei comprensori altamente sensibili, degli HVT, high value target, per eventuali attacchi da parte di elementi terroristici come al-Qaeda oppure dell’ISIS, lo Stato islamico. Tutti noi sappiamo quanto sia importante, nel caso di manifestazioni di piazza, specialmente se limitrofe a siti simbolo, garantirne la sicurezza, se necessario anche con i blindo della polizia, tanto più che gli Stati Uniti vantano oltre ad una invidiabile organizzazione, la disponibilità di mezzi assai efficaci e anche dei tutori dell’ordine pubblico fra i più severi e più rigorosi al mondo.

In effetti, come capita in quasi tutte le manifestazioni di piazza che nascono pacifiche, basta la mirata infiltrazione di alcune frange violente o di elementi inseriti strumentalmente o di alcuni terroristi, per farle derivare in situazioni altamente pericolose; per gli USA tali aspetti sono piuttosto rari, mentre la storia italica ed europea è costellata di gravi fatti che sono derivati da situazioni apparentemente tranquille, ma anche da complotti e tentativi di pseudo-golpe che fanno parte del nostro DNA culturale, da Remo a Romolo, da Cesare a Bruto, dai Guelfi ai Ghibellini, per tacere degli scontri continui ed aspri con colpi bassi dei politici attuali sui quali, per decenza, si sorvola: oltre duemila anni di storia dovrebbero farci affrontare con meno eccitazione e meno partigianeria tali eventi.

L’altro aspetto assai stupefacente che emerge da una semplice analisi è connesso con il coro, sostenuto in particolare dalla stampa che ipocritamente si definisce ‘’liberal’’, che ha condannato senza appello il Presidente Trump, dopo che alcuni ‘’capi-piattaforma’’ hanno bannato il suo account sui maggiori social network, in quanto ritenuto colpevole non tanto di aver alimentato la rabbia dei manifestanti attraverso Twitter, ma per la presunzione – e questo è assurdo – che in futuro avrebbe potuto usare frasi, in quei social, mettendo a repentaglio la pace pubblica.

Ma con quali diritti un privato, proprietario di una piattaforma network, che sia Facebook o altro, come per esempio quel tale Zuckerberg, può emettere una simile sentenza contro le libertà basilari con pesanti riflessi sul piano pubblico e dei diritti, senza che una sorta di Autority, al di sopra delle parti, ne avvalli la decisione soprattutto quando si va a ledere il campo delle libertà di espressione?
E’ un atto di potere assoluto e di spregiudicata arroganza soprattutto per la valenza che oggi i social- media hanno sulla vita politica e quotidiana di ogni Paese; tale decisione è anche preoccupante in quanto se viene bannato una persona di tale livello, dei capi della sicurezza e altri notabili significa che ogni povero diavolo su questo pianeta può essere escluso dalla rete per un nonnulla. Uno strumento di potere, quello comunicativo ed informativo dei social network che silenzia alcuni ma lascia accreditati individui come gli Ayatollah, i vari dittatorelli alla Maduro, e che deve essere subito riportato ad un ragionevole controllo istituzionale per il bene democratico di un Paese e non solo: il controllo della rete è una funzione vitale ed essenziale per la libertà degli individui e pertanto non può avere un ‘’padrone’’ unico e assoluto.

Che ci siano stati comportamenti poco ortodossi in generale è evidente, così come è palese che esiste, di conseguenza, un deterioramento dei valori democratici con uno scarso apprezzamento dei principi liberali di convivenza, di cui noi dovremo prendere atto serenamente senza gridare allo scandalo. Se si prova a guardare oltre il coro, e si ricordano i toni politici-propagandistici a cui siamo avvezzi in Italia, si scopre che l’assalto ai diritti e libertà civili sanciti dalla democrazia, da noi avviene piuttosto frequentemente facendo leva sulla falsificazione della realtà fattuale e incrinando spesso e volentieri la libertà di espressione. I cittadini sono spesso ‘’nudi’’ di fronte a certi accadimenti più o meno pilotati e la classe dirigente o mediatica non li aiutano certo a discriminare le news vere da quelle fake, anche perché quasi sempre sono loro che le buttano nello ‘’stagno’’ dell’opinione pubblica: a parte il buon senso e l’esperienza individuale, che sono sempre strumenti importanti ma non sufficienti per discriminare il vero dal falso, spesso si è trascinati dal coro ed è alquanto difficile in una controversia ideologica capire la veridicità di alcuni fatti e da che parte sta la ragione e la verità, avendo oggettive difficoltà nella capacità di scremarli dalla fuffa. E’ assai più facile in questo clima di relativismo culturale e professionale incanalarsi nel comodo mainstream, mettere il cefalo a massa o al servizio degli attuali sacerdoti del politically correct, tacitando la capacità nel ragionare sulle vere cause degli eventi, scagliando frecce – come la gran parte dei “giornalai” – contro il perdente, presunto colpevole Presidente: qui non si tratta di schierarsi da una parte o dall’altra, ma è fin troppo facile ergersi a giudici e, facendo tacere la propria coscienza, colpevolizzare l’autore di un paio di Tweet e accusare quella moltitudine della degenerazione della democrazia mondiale. Perchè allora tutto questo can-can? E’ forse in atto una manovra diversiva per distogliere l’opinione pubblica dalle cose vere? Chissà! Desta stupore infatti, ma non troppo, anche la stampa italiana che, pur minimalista, non ha mai portato all’attenzione dell’opinione pubblica quelle presunte falsificazioni dei fatti e azioni torbide che sono ripetutamente riportate su siti on-line non certo allineati al coro, ma supportati da situazioni che appaiono verosimili; non si vogliono, per questo, accreditare le ipotesi di complotti orditi da Obama, da tempo in contatto stretto con politici nostrani, con personaggi famosi dello spettacolo da sempre anti-Trump e con l’essenziale presenza del Vaticano pur in contrasto con alcuni autorevoli prelati (Cardinale Viganò in particolare) che avrebbero brigato anche con la presenza industriale di rilievo (Leonardo) per tentare di influenzare le recenti elezioni: è possibile che molti hanno giocato nell’equivoco e tramato nel tempo per togliere di mezzo un Presidente scomodo a molti, dai cinesi agli arabi del Medio Oriente, ma anche alla NATO, e quindi agli europei. Gli italiani hanno sempre le mani in pasta e si distinguono sempre; dove ci sono situazioni imbarazzanti anche internazionali stiamo sicuri che qualche italiano è presente e spesso in prima fila; anche nel caso di Capitol Hill che origini poteva avere quel tizio vestito da bisonte con corna e pelliccia? Naturalmente quel ‘’signore’’, certo Jake Angeli, è di nazionalità italo-americana! Da un lato la mania di protagonismo italico individuale spesso prevale e ci identifica, ma a carattere più generale ci distinguiamo per la manipolazione e mistificazione dei diritti, primeggiando in quelle manifestazioni tipiche di una degenerazione della democrazia, insieme con i fenomeni altrettanto gravi che ci caratterizzano, dalla corruzione alle diverse criminalità e mafie dilaganti. In realtà il degrado del nostro sistema sociale e politico è particolarmente profondo, con una sempre più scadente etica pubblica e con una evidente evaporazione del senso civico, e ciò dovrebbe bastare per stare in silenzio; se è vero che deve esistere il pieno diritto di critica di qualsivoglia evento, prima di sentenziare incominciamo ad essere più obiettivi ed analizzare le situazioni, senza lasciarsi andare a ruota libera con giudizi avventati e supportati soltanto da una improvvida autostima e dalla solita scaltrezza: sempre pronti a schierarsi con il coro, anche a costo di cambiare bandiera, a crocifiggere gli avversari se perdenti, e a scavalcare gli altri “senza mai rispettare la fila” tipico sintomo di supponenza e di falsa italianità. Comunque sia, anche in quel non facile scenario, gli eventi successivi hanno dimostrato che nonostante quei deprecabili sconvolgimenti, la vera democrazia si è mostrata resiliente e capace di auto-correggersi perché poggia su solidi pilastri istituzionali che funzionano e non su regole o norme partigiane. Prendersela con un Presidente azzoppato che ha avuto l’unico neo di insistere per far luce su eventuali brogli elettorali, pare più una vendetta orchestrata dalla parte demo-liberal che sta continuando con una singolare acrimoniosa grancassa a volerne l’impeachement a distanza comunque di meno di una settimana dalla fine del suo mandato, predicando per contro una successiva ed ipocrita riconciliazione sociale del Paese.

Il rischio attuale è che – al di là di quegli effetti sulla security, sulla protezione dei siti e simboli di una democrazia, e sulla cesura nei social, su cui bisognerà porre rimedi drastici – gli americani ‘’vincitori’’ adottino con pervicacia lo strumento della vendetta che dividerà ancor più, e forse irrimediabilmente, quella Nazione, aggravando una situazione interna che richiederebbe invece di affrontare con grande equilibrio ed onestà un enorme problema sociale e democratico, di razze ed etnie, ma anche di inclusione politico-istituzionale: la democrazia ha subito una sorta di cyber-war con effetti disastrosi in settori inaspettati anche nel breve termine, social network inclusi, mentre per ora, di fronte a questa tempesta inattesa, cinesi e russi gongolano, pur essendo ben lontani dalla democrazia occidentale. E le bocce nella tempesta statunitense non sono ancora ferme, tutt’altro; è ancora troppo prematuro delineare le conseguenze locali e globali di un ipotetico scontro fra conservatori e democrats portato all’estremo anche con la chiave del ‘’what if’’ (cosa potrebbe accadere se), che costituirebbe una provocazione utile a vagliare la validità delle attuali percezioni della realtà americana, insieme a quelle contro-fattuali o controintuitive. In effetti siamo di fronte ad una guerra nella terza dimensione in cui le notizie fake sono decisamente superiori a quelle vere; sopra la superficie si assiste in qualche modo teatrale agli eventi propinati dai media, ma con risvolti nella dimensione sotterranea che hanno le sembianze di un malware della cyber su cui sarebbe invece il caso di indagare a fondo per far emergere il ruolo e l’esistenza di mestatori, eventuali link internazionali e rendere trasparenti, fra gli altri, anche quei personaggi favorevoli e fautori del Nuovo Ordine Mondiale, auspicato da alcuni oligarchi e massoni, ma ferocemente contestato da Trump: tutto tace, invece, su quel fronte spinoso e spigoloso. L’assalto a Capitol Hill potrà avere forse un posto pure nella Storia per il solo clamore mediatico suscitato, ma sarà da considerarsi tale soltanto se, con onestà e la voglia di indagare a fondo, si riuscirà a far piena luce sui vari aspetti, palesi o meno, della vicenda, superando con coraggio gli echi distorti e gli interessi trasversali di molti potentati.
Sarà possibile?
Ai posteri l’ardua sentenza!

Giuseppe Lertora

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