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Tempesta su Atlantia

Conte pronto alla revoca della concessione, ora la priorità è cacciarla dalla cordata Lufthansa per Alitalia

I quotidiani mainstream non riescono a celare il loro disappunto e rincrescimento su quanto sta accadendo, dopo il crollo del ponte Morandi e quello del viadotto della Torino Savona, ad Atlantia, la società per azioni che li gestisce e che fa capo alla famiglia Benetton.
Con un fatturato di undici miliardi di euro, un utile netto di 818 milioni e 31.000 dipendenti, Atlantia è l’azienda più importante del mondo nel settore delle infrastrutture autostradali e aeroportuali, in ben undici Paesi, passando per Italia, Francia, Spagna, Regno Unito, Argentina, Brasile e India. Gestisce in tutto 14mila chilometri di autostrade, oltre che gli Aeroporti di Roma, gli Aeroports de la Cote d’Azur e possiede una partecipazione del 15,49% nella società che controlla l’Eurotunnel.

Nonostante il gravissimo appannamento d’immagine successivo al crollo del ponte genovese del 14 agosto 2018 – con dirette responsabilità emerse immediatamente e via via confermate in modo inequivocabile anche se non ancora perseguito dalle inchieste giudiziarie, e con ripercussioni nelle quotazioni del titolo in Borsa – la multinazionale italiana punta ora, letteralmente, a far “volare” l’aeroporto di Fiumicino con l’ingresso nelle cordate per il salvataggio di Alitalia.

Infatti la famiglia Benetton prima è entrata quatta quatta, e con l’assurdo beneplacito del primo Governo Conte, nella cordata con l’americana Delta, poi, irritando non poco il Presidente del Consiglio e i diretti interessati, ha cambiato improvvisamente fronte passando, nei giorni scorsi, alla cordata Lufthansa, che prevede lo spacchettamento della compagnia di bandiera italiana e un ruolo di grande prestigio, anche se di grande asservimento, per lo scalo di Fiumicino, che, come abbiamo già scritto, diventerebbe l’hub di Lufthansa per tutta l’Europa meridionale. Vuole essere insomma l’ago della bilancia di questa “telenovela” senza fine.

Fin qui l’irritazione del Governo e soprattutto del capo politico del M5S, Luigi Di Maio, che fin dall’indomani della tragedia del Morandi si è esposto contro Autostrade per l’Italia in un modo incredibile e senza precedenti, chiedendo la revoca della concessione autostradale ai fratelli Carlo, Luciano e Giuliana Benetton.

Ma a far traboccare il vaso e portare anche il Pd sulle posizioni “barricadere” del MoVimento, è stato il secco no del nuovo amministratore delegato della multinazionale, Roberto Tomasi, alla ministra dei Trasporti, la dem Paola De Micheli, riguardo alla più moderata proposta “compensativa” del Governo, in base alla quale Autostrade per l’Italia si sarebbe fatta carico di un “risarcimento” nei confronti degli Italiani, abbassando le tariffe ai caselli e rendendo gratuita la percorrenza di alcuni tratti.

Tomasi si è irrigidito al punto tale da lasciare intendere di preferire di imbarcarsi nella battaglia giudiziaria che Atlantia scatenerebbe contro il Governo nel caso questo chiedesse la revoca della concessione all’azienda, che deve la sua fortuna alla privatizzazione dell’ANAS operata nel 1999 dal governo di Massimo D’Alema.

In assenza di prove e sentenze, e negando le “gravi inadempienze” delle quali sono accusati dal Governo italiano, i fratelli Benetton chiederebbero un indennizzo per mancati introiti della bellezza di 20-25 miliardi di euro.
Cioè più o meno il valore di una manovra finanziaria!

Giancarlo De Palo

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