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Infezione da Coronavirus è cambiata” lo afferma il virologo Clementi

Prof. Massimo Clementi – fonte foto – unisr.it/

L’infezione da coronavirus Sars-CoV-2 “è cambiata: era questo che già da un po’ di tempo avevamo osservato sopratutto nel nostro ambito. Ultimamente ci sono elementi che fanno pensare a un profilo clinico più basso” di Covid-19. “Quindi abbiamo cominciato a chiederci perché e con uno studio abbiamo rilevato una differenza talmente evidente nelle cariche virali dei tamponi – più basse rispetto alla prima metà di marzo – da essere considerata molto significativa. Il motivo va approfondito. L’effetto clima potrebbe aver giocato un ruolo”. Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, studia il nuovo coronavirus da quando il suo laboratorio lo ha isolato in due pazienti dell’area milanese che erano stati ricoverati il 29 febbraio all’ospedale di via Olgettina.

Dopo il cambiamento osservato in queste settimane attraverso lo “studio pilota in via di pubblicazione, condotto con la partecipazione di Guido Silvestri della Emory University di Atlanta negli Usa, e basato sull’analisi di 200 campioni prelevati con tamponi naso-faringei da pazienti tutti del San Raffaele, continueremo ad approfondire con uno studio più ampio su più centri e con numeri maggiori”, annuncia l’esperto all’Adnkronos Salute. Il punto di partenza è stato clinico: ora si vedono malati meno gravi arrivare negli ospedali, come ha fatto notare più volte Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele, che lo ha ribadito anche ieri in tv, infuocando il dibattito.

“Noi abbiamo deciso di avviare uno studio proprio per provare a capire perché – evidenzia Clementi – C’era la possibilità che il virus fosse mutato, ma di mutazioni significative non ne abbiamo trovate finora. L’altra opzione è che siano intervenute differenze di ciclo biologico. Una di queste è la capacità di replicare di più o di meno. Noi abbiamo osservato questo: differenze evidenti nelle cariche virali fra i primi 15 giorni di marzo e oggi. Lo abbiamo visto adattando una tecnica qualitativa alla quantificazione del virus nei campioni naso-faringei dei pazienti”. Questione di adattamento? Condizioni ambientali meno favorevoli al virus? Sono le domande a cui si vuole rispondere.

“Se quello che abbiamo rilevato sia dovuto ad esempio all’intrinseca capacità del virus di replicare meno o al fatto che i pazienti vengano infettati adesso con dosi minori di virus lo dovremo approfondire”, precisa Clementi. I coronavirus, fa notare, “certamente risentono molto del clima. Anche il virus della Sars scomparve nel 2004 in giugno e non è riapparso più. C’è la possibilità che soffrano del caldo e dell’irraggiamento ultravioletto maggiore in estate, come della minore umidità. Possono essere tutti elementi che danneggiano il virus e favoriscono noi”.

Il nuovo studio potrà aggiungere nuove evidenze. Silvestri parteciperà anche a questa seconda parte del lavoro. Sulla possibilità di coinvolgere centri statunitensi “c’è un problema che stiamo cercando di superare: è la diversa esposizione temporale delle due epidemie. Da noi è partita prima, da loro più tardi. Dovremo prendere periodi di tempo diversi”.

Su un aspetto Clementi è drastico: fare previsioni non è possibile. C’è chi parla del rischio di una seconda ondata e il virologo non la esclude. “Ci sta tutto. Una seconda ondata è possibile – dice – Anche quello che stiamo osservando adesso è possibile sia in gran parte dovuto proprio alla caratteristica della stagionalità” di questi virus. “Ma non si può dire ora se ci sarà o non ci sarà una nuova ondata” di contagi in autunno o a dicembre prossimi, “né se il virus sarà buono o cattivo”.

 

(AdnKronos)

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