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Siria: una tregua per permettere ai curdi di arretrare, Usa convincono Ankara ma…

Aggiornamento – 18 ottobre – Mike Pence strappa una tregua al duro Erdogan e lo convince a proclamare un cessate il fuoco di 120 ore, per permettere ai curdi di arretrare dalle posizioni che occupa e attestarsi 32 km sotto il confine tra Siria e Turchia. L’accordo prevede anche la distruzione delle armi pesanti e degli avamposti curdi, appena dopo il ritiro. Ankara in questo modo eviterà le sanzioni Usa che Trump stava già predisponendo e saranno cancellate quelle già in atto. Secondo fonti Usa il ritiro sarebbe già in corso. Poco e niente si sa delle reazioni curde a questa novità e per questo motivo ci concentreremo per cercare di capire, nelle prossime ore, che futuro avranno. 

AGGIORNAMENTO SERALE

Tregua in Siria, 120 ore di malintesi

17 Ottobre, Le truppe di Damasco sono arrivate a Raqqa, ex roccaforte dell’Is e a Kobane, città simbolo della resistenza curda. Gli uomini di Assad si sono dispiegati lungo il confine con la Turchia, secondo la tv satellitare libanese al-Mayadeen. Intanto si segnalano già i primi scontri tra le forze del regime siriano e quelle turche che hanno causato perdite e feriti per l’esercito di Assad. Anche nella zona a est di Ayn Issa, ci sono stati scontri tra i militari di Erdogan, alleati con i ribelli anti-Assad.

14 ottobre – Damasco trova l’accordo con i curdi e schiera i suoi soldati a Tall Tamr nella Siria nordorientale, a 35 chilometri dal confine con la Turchia. L’accordo è stato stretto con i militanti delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) e prevede che le truppe siriane fedeli al regime di Assad,  combattano fianco a fianco con le milizie curde. Le truppe di Damasco faranno la stessa cosa per le città di Kobane e Manbij. Intanto la Turchia continua a martellare i curdi al confine con la Siria, forti del fatto che anche la Russia ha deciso di adottare una linea morbida. Secondo i turchi, dall’inizio dell’offensiva di mercoledì scorso, sono stati “neutralizzati” 550 uomini e donne delle milizie curde. Assolutamente inutili, come sempre, gli appelli dell’Europa e delle singole nazioni europee, Italia compresa, che chiedono alla Turchia di cessare le operazioni.

 

12 ottobre – Inutile cercare di seguire le cifre dei morti di questa ennesima fase della guerra in Siria che Ankara ha scelto di chiamare “Primavera di pace”: 342  guerriglieri curdi uccisi, dice il ministero della Difesa turco, 29 replica l’Osservatorio per i diritti umani, voce dell’opposizione siriana a Londra. Cifre incerte che tutti sono rassegnati a veder lievitare. Ci sono morti civili sul fronte siriano, ma anche in Turchia dove le milizie curde delle Forze Democratiche Siriane (FDS), per ritorsione, stanno lanciando colpi di mortaio oltre il confine. A Gaziantep e ad Hatay, Facebook, Twitter e Instagram hanno smesso di funzionare: nel sud della Turchia, dove i curdi sono la maggioranza, Ankara vuole evitare a ogni costo manifestazioni di protesta.

Da quando mercoledì sera è iniziata l’offensiva turca contro il nord est della Siria, controllato dalle milizie curde vittoriose sull’Isis, i 480 chilometri di confine con la Turchia sono in fiamme sotto i colpi di mortaio e l’artiglieria pesante. La Croce Rossa parla di 64.000 sfollati in soli tre giorni: in alcune zone, come la campagna di Ras al Ain, l’acqua è venuta a mancare perché le stazioni di rifornimento sono state bombardate dall’esercito turco. Altri rifugiati dovrebbero occupare le case appena abbandonate: il presidente Recep Tayyip Erdogan vorrebbe trasferire qui due, forse tre milioni di siriani attualmente rifugiati in Turchia, tutti musulmani sunniti. È questo il progetto della “zona cuscinetto”: una striscia di terra di 30 chilometri al confine tra i due paesi, libera dai curdi, con i quali Ankara è in lotta da decenni.

Le truppe americane, che fino a pochi giorni fa erano al fianco delle FDS, si sono ritirate. E Damasco è lontana: il viceministro degli Esteri siriano, Faisal Maqdad, giovedì ha ufficialmente rifiutato ogni trattativa con i curdi. Adesso, nel caos dell’attacco, i paesi coinvolti in questa interminabile guerra cercano di ottenere il più possibile dal ritiro statunitense.

A pochi chilometri dagli sconti, nella provincia di Idlib, giovedì notte l’esercito di Assad ha ripreso i bombardamenti contro le milizie dell’opposizione sunnita sostenute dalla Turchia che adesso è occupata altrove. Il governo di Damasco ha più volte proposto ad Ankara di far rivivere i vecchi Protocolli di Adana del 1998, quando le due capitali erano alleate in funzione anti-curda. Del resto, è nella zona sotto controllo curdo che ci sono le risorse di petrolio e di gas, oltre che le più promettenti miniere della Siria: senza queste risorse la ricostruzione del Paese è semplicemente impraticabile. E, al di là della retorica, per Damasco “Primavera di pace” è la migliore opportunità che si potesse presentare in questi ultimi mesi di guerra. Una volta che Erdogan avrà la sua zona cuscinetto, per Assad sarà facile mettere le mani su petrolio, gas e fosfati al di là dell’Eufrate, il fiume che segna il confine con i territori curdi. Ma non è l’unico a guardare a quelle risorse.

Nelle ore in cui l’aviazione di Assad decideva di attaccare Idlib, ad al Bukamal, uno dei principali valichi di confine tra Iraq e Siria, attualmente sotto controllo iraniano, il traffico aereo si è improvvisamente intensificato.  È questo il passaggio utilizzato da Teheran per trasferire milizie e armi in Siria. Anche l’Iran si sta portando avanti: fonti locali affermano che nei giorni scorsi alcuni ponti sull’Eufrate, sottratti ai curdi, sarebbero finiti nelle mani di milizie filoiraniane. La notizia non è di poco conto perché chi controlla questi passaggi, controlla anche gas e petrolio, oltre che una delle arterie energetiche del Medio Oriente.

Il ritiro statunitense dalle zone curde al confine con la Turchia avviene in un momento di ripensamento della politica di Trump verso l’Iran dopo la mancata risposta all’attacco contro gli impianti petroliferi sauditi e le reiterate proposte di dialogo fatte da Washington a Teheran. Per capire i passaggi del complesso dialogo tra i due paesi, fatto di attacchi non rivendicati, operazioni coperte e trattative per la liberazione di diversi prigionieri, sarà bene tenere d’occhio il nord est della Siria. I curdi, con il loro territorio, potrebbero essere semplicemente finiti nella rete delle contrattazioni.

 

MONICA MISTRETTA

A car bomb exploded yesterday in the city of Qamishli in Syria
Un auto bomba esplosa ieri a Qamishli in Siria

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