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Papa Francesco arriva oggi a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, primo Paese africano e settimo al mondo per il maggior numero di cattolici. Atteso dai fedeli, il Pontefice non potrà andare nell’est del Paese a causa dell’insicurezza di questa regione piagata da 30 anni di violenze. Ma il primo febbraio incontrerà nella capitale un gruppo di vittime del Congo orientale. “Il Papa vuole consolare, condannare questi attentati, chiedere perdono a Dio per tutte queste stragi, vuole invitare e incoraggiare tutti alla riconciliazione, per questo il motto di questa visita è Tutti riconciliati in Cristo”, ha spiegato il nunzio apostolico nella Repubblica democratica del Congo, monsignor Ettore Balestrero, intervistato da Aiuto alla Chiesa che Soffre.

In Italia è stato l’omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci insieme al loro autista, quasi due anni fa, a portare sotto i riflettori la grave situazione di violenza e instabilità nelle regioni occidentali congolesi del nord e sud Kivu e dell’Ituri. Ma da allora la situazione non è certo migliorata, in una regione dove operano oltre centro gruppi armati e la tensione con il vicino Ruanda è alle stelle.

L’agenzia stampa Fides ha riportato ieri di almeno 15 persone uccise in un assalto a tre villaggi dell’Ituri da parte dei jihadisti delle Forze democratiche Alleate (Adf), gruppo di origine ugandese. Ma a preoccupare sono soprattutto le milizie tutsi del gruppo M23 sostenuto dal Ruanda, che ormai controlla le principali vie di collegamento fra la parte settentrionale del Nord Kivu e Goma, il suo capoluogo, secondo un rapporto della Rete per la Pace in Congo, citato da Fides.

Dal maggio 2021, il governo di Kinshasa ha posto in “stato d’assedio” le province dell’Ituri e del Nord Kivu. Ma l’esercito, che non sempre rispetta i diritti umani dei civili, non è riuscito a contenere la violenza dei gruppi armati. Intanto l’M23, che è ampiamente appoggiato dall’esercito ruandese con uomini, armi e mezzi, ha preso il controllo di oltre 100 villaggi nella regione di Rutchuru, imponendo una propria amministrazione.

Il 29 e 30 dicembre, l’M23 ha compiuto un massacro a Kishishe con 131 morti secondo la forza di pace Onu Monusco e 287 secondo il governo di Kinshasa. Secondo stime della Bbc, attualmente almeno 400mila civili hanno dovuto abbandonare le loro case. Vi sono stati intanto tentativi internazionali, di Paesi africani, del Qatar, di mediare fra la Rd Congo e il Ruanda, ma la crisi fra i due Paesi confinanti ha subito un’escalation la settimana scorsa, con gli spari delle forze ruandesi contro un aereo militare congolese accusato di sconfinamento. Spari che sono stati bollati da Kinshasa come “un atto di guerra”.

L’instabilità cronica del Congo orientale nasce dal genocidio del 1994 in Ruanda, che ha portato un milione di profughi nel Paese confinante. Mischiati ai veri profughi hutu c’erano anche 30mila Interahamwe, ex miliziani responsabili del genocidio dei tutsi, che volevano riconquistare il Ruanda. Il loro arrivo si era inserito sulle tensioni che già c’erano fra le popolazioni autoctone e gli allevatori di origine ruandese immigrati nel 19esimo secolo. Una situazione che portò all’invasione del Congo da parte del Ruanda, le cui truppe – sostenute da Uganda, Burundi e Angola – arrivarono a Kinshasa nel 1997.

Inizialmente sostenuto dal Ruanda, il nuovo presidente congolese Laurent Kabila si ribellò poi contro Kigali, scatenando una seconda guerra. Kabila era sostenuto da Zimbabwe e Angola, mentre il Ruanda era alleato all’Uganda. Ma questi ultimi due Paesi cominciarono poi a combattere fra loro nel 1998-1999, anche tramite gruppi fantoccio nel Kivu. A complicare ulteriormente la situazione, le popolazioni autoctone del Kivu avevano fondato loro milizie di autodifesa, chiamate Mai-Mai.

La seconda guerra nel Congo è terminata nel 2002 con una pace sponsorizzata dall’Onu. Ma nel frattempo la situazione nel Kivu si era incancrenita, con le diverse milizie che si sono trasformate in micro signorie della guerra, dedite allo sfruttamento delle ricche risorse minerarie, al contrabbando, il taglieggiamento della popolazione. E per molti giovani della cosiddetta generazione kalashnikov il mestiere della guerra è diventato l’unico sbocco possibile. Nell’Ituri, operano invece gruppi jihadisti arrivati negli anni novanta, come l’Adf.

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