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Non c’è bisogno di andare in discarica per liberarsi del vecchio smartphone, del tablet ormai datato o del tostapane rotto, l’apparecchio fuori uso si può consegnare direttamente in negozio, senza fare alcun acquisto ma al bancone una volta su tre la riposta no in violazione alla legge si Raee. E’ quanto rileva un’indagine di Altroconsumo che rientra nel progetto Resss.

L’associazione dei consumatori infatti ricorda che a luglio 2016 è entrato in vigore il cosiddetto decreto ‘Uno contro Zero’, un linguaggio per addetti ai lavori che tradotto significa che l’apparecchio fuori uso si può consegnare direttamente in negozio, senza fare alcun acquisto, neanche quello di un prodotto analogo (quello che si chiama ‘Uno contro Uno’). Se però l’Uno contro Uno vale per tutti gli apparecchi, grandi e piccoli, l’Uno contro Zero è una possibilità limitata esclusivamente ai piccoli Raee: la legge parla di una misura che non deve superare i 25 centimetri (sul lato più lungo del prodotto). Dimensione in cui rientrano tantissimi rifiuti elettronici: oltre a telefoni e tablet, telecomandi, asciugacapelli, videogiochi, tostapane, radioline, frullatori, fotocamere, rasoi elettrici, chiavette usb, caricabatterie. Il problema, però, rileva Altroconsumo, “è che troppo spesso questo nostro diritto viene negato, come dimostra questa inchiesta sul ritiro dei Raee in 82 negozi in dieci città. Il rischio è che poi, per pigrizia, i piccoli rifiuti finiscano facilmente in pattumiera invece di essere smaltiti correttamente”.

Innanzitutto, rileva l’associazione dei consumatori, va chiarito che non si tratta di un invito, ma di un decreto legislativo, che obbliga a informare il pubblico della gratuità del ritiro dei piccoli apparecchi usati anche in assenza di eventuali acquisti. Siamo tornati a vedere se a distanza di anni dall’introduzione della normativa i rivenditori hanno preso confidenza con la gestione dei piccoli Raee. Ci siamo così presentati in 82 punti vendita di 10 città, all’interno di ipermercati e di grandi magazzini di elettrodomestici (la legge prevede infatti che l’obbligo riguardi solo i negozi con una superficie espositiva di elettrodomestici di almeno 400 metri quadri). Al bancone abbiamo provato a consegnare un tablet o uno smartphone usati. I risultati dell’inchiesta rappresentano una fotografia del momento (l’indagine è dello scorso luglio) e non rappresentano necessariamente la politica del punto vendita.

In un caso a Milano, infatti, sottolinea Altroconsumo, è capitato che alla stessa richiesta di consegna del Raee un commesso lo abbia ritirato mettendolo in un cassetto, mentre un altro suo collega ha dichiarato che si trattava di un servizio che il punto vendita non garantiva. Il problema infatti è che pochi cittadini conoscono il decreto, e purtroppo anche pochi negozianti che vendono elettrodomestici ne sono al corrente oppure non se ne vogliono occupare, come rivela questa inchiesta.

In un Mediaworld di Genova, rileva l’associazione dei consumatori, l’incaricato ha confessato: “Non siamo a conoscenza del decreto e della procedura di cui parla, mi dispiace, siamo aperti da poco e non ci hanno avvisato”. Al contrario, c’è chi non ammette le proprie mancanze e in tono perentorio, come è successo all’Unieuro di Napoli, ci viene risposto: “Non lo facciamo e basta!”. Nel complesso un negoziante su tre ha rifiutato il nostro Raee, una minoranza era disposta ad accettarlo ma a condizione di farci acquistare qualcosa di analogo, mentre un negoziante su cinque ha rifiutato del tutto il servizio di ritiro, consigliandoci di andare all’isola ecologica per fare la rottamazione. In un Mediaworld a Cinisello Balsamo hanno preso a martellate il tablet prima di gettarlo nel contenitore apposito, dicendo: “Così non lo usa nessuno”. Non è propriamente la preparazione a una corretta procedura di smaltimento di un Raee e soprattutto perché sospettare che qualcuno avrebbe potuto prenderlo e usarlo?

Degli 82 punti vendita visitati in 10 città solamente un Trony di Milano, rileva Altroconsumo, ha rilasciato spontaneamente una ricevuta scritta che attestava il ritiro dell’apparecchio. Effettivamente, i negozianti non sono tenuti a garantire il tracciamento completo. La legge, infatti, stabilisce che il venditore è tenuto a compilare solo un modulo di consegna all’isola ecologica, ma non è obbligato a tracciare il ritiro dei Raee in negozio. In questo modo non c’è trasparenza sul numero dei prodotti che arrivano in consegna, a lasciare traccia scritta è solo il numero di quelli dichiarati in uscita. Così, la contabilità tra i flussi di Raee che entrano e quelli che escono dal negozio non è verificabile. Secondo i consorzi di raccolta dei rifiuti, il sommerso di quelli elettronici è particolarmente elevato. Solo un terzo arriva nel circuito corretto di smaltimento, il resto rappresenta un preoccupante mercato illecito, come spiega Giorgio Arienti, direttore generale di Erion Weee, consorzio dedicato alla gestione dei Raee: “Per legge, negozianti e Comuni possono cedere i Raee a chiunque sia in possesso di un’autorizzazione al trattamento, che purtroppo viene rilasciata con troppa facilità anche a chi fa una raccolta di bassa qualità. Non è nemmeno obbligatorio dichiarare le quantità trattate, cosa che permette di mantenere sotto traccia l’attività: questo di fatto consente pratiche illegali e poco rispettose dell’ambiente”.

Nel 2019, grazie a un microchip nascosto in 200 apparecchi elettronici, una sorta di pulce elettronica che ci ha permesso di seguirne ogni spostamento, Altroconsumo aveva seguito il viaggio degli elettrodomestici verso lo smaltimento: 4 su 10 avevano preso una cattiva strada, ovvero non erano arrivati negli impianti autorizzati e accreditati per il trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici. Alcuni sono arrivati in impianti non autorizzati, anche all’estero, altri nei mercatini dell’usato, parcheggi, magazzini anonimi o case private.

“Non è impossibile per le autorità intercettare i flussi nascosti – continua Arienti – di certo noi non siamo titolati a farlo. I controlli li fa chi ha potere di sanzionare. Quello che facciamo noi, su base volontaria, è un tentativo limitato di supplire alla mancanza di questi controlli”.

Molti degli oggetti tecnologici di uso quotidiano rientrano in una particolare categoria di rifiuti che richiede un trattamento speciale, perché contengono preziose risorse che, se disperse, costituiscono un pericolo ambientale: sono i cosiddetti Raee, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. La raccolta e la gestione dell’e-waste deve essere effettuata separatamente rispetto alle altre tipologie di rifiuti, in modo tale da permetterne un corretto smaltimento. Un caso emblematico è quello degli smartphone, dotati di batterie realizzate con materie rare difficili da estrarre, provenienti da paesi lontani e spesso in zone politicamente a rischio. Quando non ci serve più, il telefono va smaltito in modo corretto nelle isole ecologiche, che provvederanno al recupero delle parti utili, oppure come abbiamo visto possiamo decidere di delegare il negoziante a farlo per noi. Sono tenuti al rispetto della normativa sul ritiro dei Raee anche i negozi online.

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(AdnKronos)

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