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Test sierologici: ecco le opinioni degli esperti sulla loro utilità

I test sierologici sono utili? E’ una delle 10 domande rivolte dall’Adnkronos Salute a 18 esperti: rispondono virologi, epidemiologi, infettivologi, rianimatori e altri clinici, ma anche l’Organizzazione mondiale della sanità e il premio Nobel per la medicina Bruce Beutler.

“Alcuni incominciano ad emergere come abbastanza applicabili e quindi possono essere sicuramente utilizzati per studi epidemiologici. Il problema è che, se uno fa il test sierologico e l’esito è positivo non ha nessuna certezza né di essere negativo”, cioè di non avere ancora il virus presente, “né protetto. E va detto chiaramente che non esiste la patente d’immunità”, ammonisce il virologo Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova e direttore dell’Unità operativa complessa di microbiologia e virologia dell’azienda ospedaliera patavina.

Se i test sierologici siano utili o meno “ancora non si sa – afferma Roberto Cauda, docente di Malattie infettive all’Università Cattolica del Sacro Cuore – Oggi sono utili soprattutto per la sieroepidemiologia, che ci dirà quanto questo virus ha circolato nella popolazione. Penso che scopriremo che la prevalenza è maggiore in Lombardia e nelle regioni limitrofe, rispetto al Sud e alle isole”.

“I test sierologici possono servire per indagini epidemiolgiche”, concorda Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università di Milano. Che avverte: “Non possono dare tout court una ‘patente di immunità’, per la quota di falsi positivi o negativi. Possono” invece “essere utili per tracciare nel tempo la diffusione del virus in una comunità anche ristretta. Per esempio un’azienda, con la collaborazione del medico competente, del personale e del datore di lavoro”.

Per Giorgio Palù, past president della Società europea di virologia e professore emerito di Microbiologia dell’università di Padova, “sono fondamentali: in tutta la virologia la diagnosi è un compendio di diagnosi diretta e indiretta. Quella diretta consiste nell’identificare il virus nel tessuto dove potenzialmente cresce, ma sappiamo che il tampone lo cerca nel naso, ma se lo ho nel fegato non lo capta. Con la diagnosi indiretta se misuro le Igg che si formano dopo 15 giorni e ne misuro i titoli posso sapere se un paziente è venuto a contatto col virus. E soprattutto la sierologia serve per dire quanto virus ha circolato, cosa che non saprò mai facendo solo i tamponi, che hanno un limite pratico (non si possono tamponare tutti gli italiani) e una sensibilità del 50%. Dobbiamo assolutamente usare sistemi come la sierologia, e in questo caso non occorre prelevare il sangue a 60 milioni di italiani, bastano alcune decine di migliaia come sta facendo la Croce rossa italiana, stratificate per età, sesso, fattori di rischio, e questo ci darà una vera stima sulla prevalenza del virus, fondamentale per qualsiasi cosa si voglia fare. Sono informazioni importantissime, basti pensare che in Veneto la percentuale di popolazione ancora esposta al rischio di infezione è del 95-97%, ancora più alta al Sud e nelle Isole”.

“Utili ai fini epidemiologici e diagnostici retrospettivi. Insufficienti ai fini della certezza diagnostica”: riassume così il suo punto di vista sui test sierologici Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano.

“Come ha affermato Mike Ryan, responsabile delle emergenze sanitarie dell’Oms, il 10 aprile scorso – ricorda il portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tarik Jašarević – in generale, i test basati sulla Pcr sono migliori per dire se si è infetti o meno e il test sierologico è migliore per rilevare se si è stati infettati di recente o nel passato. I governi devono concentrarsi sui test basati sulla Pcr o su qualsiasi forma di test che rilevi l’infezione attiva, ma i test sierologici sono estremamente importanti per determinare quante persone sono state infettate nella popolazione. Si tratta di dati molto importanti per dirci dove sta andando questa epidemia. Per noi è importante valutare come funzionano questi test e stiamo lavorando molto duramente per convalidarne alcuni, attraverso le nostre reti di esperti”.

“I test sierologici sono utilissimi a livello epidemiologico, meno a livello clinico”, dice dal canto suo il virologo Guido Silvestri, docente negli Usa alla Emory University di Atlanta.

“I test sierologici – afferma Bruce Beutler, immunologo e genetista americano, premio Nobel per la Medicina 2011 – ci dicono con sempre maggiore attendibilità chi è stato infettato (e quindi quanto la malattia è penetrata nella popolazione). Le persone che hanno avuto una forte risposta anticorpale hanno probabilmente meno probabilità di contrarre la malattia una seconda volta e possono conferire ‘immunità di gregge’, proteggendo effettivamente gli altri, perché non sono più in grado di essere untori”.

Per l’immunologa Antonella Viola, direttrice scientifica dell’Irp (Istituto di ricerca pediatrica)-Città della speranza di Padova, “i test sierologici sono utilissimi a scopo epidemiologico, cioè per valutare la diffusione del contagio nella popolazione, e per analizzare lo stato immunologico in determinati gruppi di persone, come per esempio gli operatori sanitari. Non sono invece utili come elemento diagnostico individuale. Cioè non è consigliabile andare a fare il test privatamente – avverte l’esperta – perché le probabilità di avere un risultato errato sono alte”.

Secondo Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Microbiologia e virologia all’ospedale San Raffaele di Milano, “per valutazioni epidemiologiche sì, per la diagnosi retrospettiva molto spesso sì, per la diagnosi di infezione in atto no”.

Il test sierologico “ci dà una visione epidemiologica dello stato di cose ovvero ci può dire se un individuo è stato o meno a contatto con il virus, – ribadisce Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – quindi la sua valenza non è nell’immediato ma su una eventuale prevalenza di persone asintomatiche o che hanno avuto un tampone positivo in passato e per chiarire il loro stato di immunità”.

“I test sierologici sono molto utili e andrebbero incentivati, ma occorre capire per che cosa. Questo test non può sostituire il tampone, ma serve per capire quanti soggetti sono venuti in contatto con il virus. Quindi questi esami sono utili per fare indagini di sierologia e scoprire in grandi popolazioni quali sono le persone che sono venute in contatto con il coronavirus e fare una mappa della diffusione”, chiarisce Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e componente della task force Covid della Regione Liguria. “Dati dell’Imperial College ci dicono che circa il 6% della popolazione italiana potrebbe essere venuto in contatto con il virus – aggiunge Bassetti – qualcuno dice anche di più ma questo poi lo vedremo”.

Per il direttore scientifico dell’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, l’utilità dei test dipende da diversi fattori. “Non sono utili in una popolazione con una prevalenza al di sotto del 3%. La politica dei test a tappeto, nonostante una spaventosa pressione commerciale – che ha indotto alcune Regioni come il Lazio a introdurre un prezzo politico garantito e fisso a 15 euro – non è convincente. Anche perché bisogna poter garantire i tamponi a quanti risultano positivi”.

Secondo Francesco Le Foche, responsabile del day hospital di immuno-infettivologia del Policlinico Umberto I di Roma “i test sierologici sono molto utili per rappresentare una panoramica delle persone che hanno avuto il contatto con il virus a livello nazionale e regionale. Il test però non ci dà la certezza dell’immunità, ma solo quella di aver avuto contati con il virus. Gli agenti patogeni, infatti, lasciano una traccia sul nostro sistema immunitario ed è quella che noi andiamo a cercare. Quella traccia, su tutto il territorio, può darci una fotografia di quanti hanno avuto contatti con il coronavirus”.

Taglia corto Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa e coordinatore scientifico della task force pugliese per l’emergenza coronavirus, questi test, dice, “sono utili nei casi in cui servono, come ogni esame diagnostico”.

“La funzione principale dei test sierologici è l’identificazione di persone che sono state precedentemente infettate con Sars-CoV-2. I test sono anche fondamentali per valutazioni epidemiologiche e di siero-prevalenza, nonché per la tracciabilità dei contatti . Possono essere utilizzati per identificare potenziali donatori di plasma convalescente e per valutare la risposta immunitaria ai vaccini in corso di sperimentazione. L’app immuni può essere un utile strumento di ausilio, unitamente ai test sierologici e ai tamponi per il controllo della diffusione di focolai epidemici”, puntualizza Marco Tinelli, infettivologo e tesoriere della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

“I test sierologici sono utili, se somministrati bene”, chiosa Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Tor Vergata.

In un’intervista apparsa sul ‘Resto del Carlino’, edizione di Pesaro, il virologo Roberto Burioni ha paragonato i test sierologici a un “termometro per misurare la febbre del contagio in maniera efficace”. “Se devo fare una dieta, necessariamente compro anche una bilancia per sapere cosa succede assumendo un determinato regime alimentare. Ecco, in questo momento il test sierologico ha la stessa funzione: ci aiuterà a capire quante persone hanno, o hanno avuto, la malattia”, ha spiegato il docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “In questo momento ci dicono solo se l’individuo è stato infettato – ha aggiunto – Però sappiamo che tutti i virus respiratori danno un certo grado di immunità, quindi speriamo che lo faccia anche Covid-19. Ma lo scopriremo strada facendo: se avessimo la prova che tutti coloro che hanno avuto la malattia non la contraggono la seconda volta, vorrebbe dire che non sono più a rischio”.

 

(AdnKronos)

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