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Ambiente

La sfida della neutralità climatica

Eventi meteorologici estremi che colpiscono ogni angolo del mondo, rendendo di grande attualità le questioni climatiche e ambientali. In questo scenario globale, il G20 di Napoli ha affrontato le sfide globali legate a tre pilastri fondamentali: Persone, Pianeta, Prosperità. “La chiave di lettura dei lavori del G20 è duplice: da una parte la necessità di un approccio globale, la seconda è la cooperazione quale elemento imprescindibile per raggiungere gli obiettivi prefissati, facendo leva specie su nuove tecnologie e cambiamenti sociali in atto”, afferma Roberto Giacomelli, partner, Climate Change and Sustainability Services EY, che ha introdotto l’appuntamento “La sfida della neutralità climatica“, seconda tappa della Road to EY Digital Summit.


Gli obiettivi affrontati durante il G20 hanno riguardato gli impegni presi sui cambiamenti climatici con l’Accordo di Parigi e con il Green Deal europeo. Prima di tutto la neutralità climatica entro il 2050, un obiettivo divenuto legge dell’Ue, che stabilisce, tra l’altro, la riduzione di almeno il 55% di emissioni di gas serra entro il 2030 rispetto ai valori del 1990. In questo senso le questioni ambientali devono diventare politiche attive che coinvolgano non solo i governi ma anche le aziende con ingenti investimenti, specie su energie rinnovabili e carbon neutrality. Tematiche di cui si è discusso con i vertici di importanti aziende italiane nel corso dell’iniziativa organizzata da EY.

Cambiamenti climatici e analisi di scenario

Lo studio del 2021 EY Global Climate Risk Disclosure Barometer analizza, su un campione di oltre 1.100 grandi aziende quotate in 42 Paesi, il livello di maturità delle aziende in tema di cambiamenti climatici rispetto alle raccomandazioni della Task Force on Climate-Related Financial Disclosure (Tcfd), framework di rendicontazione creato dal Financial Stability Board e sulla base di due criteri: copertura, ovvero il numero di raccomandazioni Tcfd affrontate nelle informazioni rese pubbliche da un’azienda; qualità, ovvero il grado di soddisfazione dei requisiti delle singole raccomandazioni Tcfd.

Secondo i dati raccolti risulta che per le aziende italiane analizzate (quasi 40 quotate di 10 settori differenti) il livello di copertura medio delle raccomandazioni Tcfd è del 63%, una percentuale inferiore rispetto alla media a livello mondiale (70% delle aziende) e del Nord-Europa (84%). Se si considera invece la qualità rispetto alle raccomandazioni Tcfd, la percentuale per l’Italia è del 42%, in linea con il dato globale. A livello italiano i settori i più maturi, sopra la media 2020, risultano essere quello dell’ingegneria&costruzioni, dell’energia e il manufatturiero. Il 40% delle aziende italiane, inoltre, utilizza analisi di scenario, una percentuale in linea con il resto del mondo. Dalle analisi di scenario si possono ricavare valutazioni qualitative e quantitative per aumentare la consapevolezza degli impatti del cambiamento sul business in modo da migliorarne il pensiero critico e l’approccio strategico.

Infine, un dato che fa riflettere è che a livello globale solo il 15% delle aziende analizzate dallo studio di EY riporta nella propria rendicontazione finanziaria informazioni legate ai cambiamenti climatici. Una percentuale che potrebbe subire, a livello Europeo, una rapida crescita qualora venisse introdotto, nell’ambito del processo di revisione della Direttiva sulla Rendicontazione Non Finanziaria che dal 2017 obbliga gli enti di interesse pubblico di grandi dimensioni a fornire informazioni in merito ad aspetti ambientali, sociali e di governance (Esg, Environmental, Social and Governance), l’obbligo di rendicontazione dell’informativa di sostenibilità all’interno della relazione sulla gestione per tutte le aziende di grandi dimensioni.

Carbon neutrality: gli obiettivi delle aziende italiane

“La portata degli obiettivi di decarbonizzazione implica linguaggi e metodologie sempre più chiari e condivisi da tutti: investitori, legislatori, clienti e società civile. Una solidità metodologica incentrata su un approccio science-based, con standard e modelli di calcolo condivisi, ma anche su una precisa valutazione degli scenari di evoluzione del profilo emissivo, dei rischi e delle opportunità, così come delle trasformazioni tecnologiche, in primis quelle del comparto energetico”, dichiara Roberto Giacomelli.

Dunque, pare indispensabile avere un punto di vista comune che sia da stimolo e incentivo ad agire, ciascuno per la propria parte, come sottolineano anche Pietro Bertazzi, global director, Policy Engagement & Public (External) Affairs Cdp (ex Carbon Disclosure Project): “Non possiamo guardare al clima senza una visione d’insieme, un approccio olistico. Per esempio a livello di emissioni in Italia il trend 2015-2020 ha visto una riduzione del 22%, un dato incoraggiante, ma che in proiezione al 2030 non sarà sufficiente a raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature medie mondiali di 1,5°C stabilito dall’Accordi di Parigi. In definitiva ci sono ancora troppe grandi aziende che non si sono fissate obiettivi concreti, per questo importante un cambio di approccio, prima di tutto sulla supply chain”.

L’importanza di includere l’intera value chain è sottolineata anche da Barbara Cominelli, Ceo di JLL Italia: “Noi ci siamo posti obiettivi di net-zero entro il 2040, aderendo agli science best target e seguendo tre linee guide: riqualificazione energetica immobili, sourcing energia rinnovabile, circolarità degli edifici. Nel nostro piano c’è il coinvolgimento di tutta la nostra supply chain”.

L’importanza delle reti e della filiera

La sfida per la carbon neutrality ha uno dei suoi punti nevralgici nelle reti di distribuzione di fonti energetiche come gas e idrogeno, come dichiara Pier Lorenzo Dell’Orco, Ceo Italgas Reti: “Come primo operatore di reti gas vogliamo essere protagonisti della transizione ecologica. L’ultimo nostro piano strategico prevede riduzioni severe di CO2 (-30%) e di consumi di energie primarie (-25%) entro il 2027. Inoltre, stiamo lavorando su due fronti principali: la lotta alle dispersioni di gas e l’adeguamento delle nostre infrastrutture per essere idonee a trasferire nuovi gas, idrogeno in primis, un asset strategico per la decarbonizzazione.”

Sull’importanza di un approccio unitario e interdisciplinare insiste anche Riccardo Stefanelli, Ceo Brunello Cucinelli: “Siamo impegnati per ridurre le emissioni di tutta la nostra value chain, potendo fare in modo di collaborare con le nostre aziende partner, ma ci vuole un approccio olistico globale”. Si ispira al principio “Lasciare il segno, non l’impronta”, citato dal Ceo Stefano Venier, l’impegno del Gruppo Hera: “Per noi il 2030 è una tappa fondamentale rispetto a due asset fondamentali: economia circolare e carbon neutrality. I nostri obiettivi sono efficienza energetica e energie rinnovabili per tutte le nostre infrastrutture e impianti. Energie rinnovabili come il biometano, prima ancora dell’idrogeno, che attualmente ha ancora costi troppo elevati. Inoltre è fondamentale sensibilizzare i clienti su comportamenti virtuosi, in ottica di contenimento dei consumi di acqua, gas, energia elettrica, rifiuti”.

“Funzionale al raggiungimento dei diversi obiettivi carbon neutrality, net-zero emission, riscaldamento globale, è aumentare la produzione di rinnovabili, specie con un considerevole sviluppo di impianti eolici offshore. Se nel 2019 abbiamo raggiunto il 19,7% di energia da fonti rinnovabili, nei prossimi 15 anni dovremmo raggiungere un ulteriore 20% per una transizione che arrivi a triplicare la disponibilità energetica”, afferma Toni Volpe, Ceo Falck Renewables.

Il ruolo chiave delle energie rinnovabili

Un percorso di decarbonizzazione non può prescindere dalla valutazione delle trasformazioni del comparto energetico. In questo ambito, particolare interesse ha l’idrogeno verde, ricavato da fonti rinnovabili.

“Considerando la potenza attuale di produzione di idrogeno verde si stima che potrebbe aumentare di oltre 230 volte. In base ad uno studio di EY-Parthenon, la produzione di idrogeno verde non è tuttavia al momento ancora economicamente sostenibile. Infatti, se confrontiamo il costo per MWh di metano per uso commerciale con l’idrogeno verde, osserviamo che il secondo ha un costo circa 6 volte più elevato. Questo significa che saranno necessari ingenti sussidi pubblici al fine di rendere lo switch verso l’idrogeno verde praticabile prima del 2030”, afferma Roberto Giacomelli. “In alternativa ai costi ad oggi ancora elevati per produrre idrogeno verde, c’è il biometano come fonte energetica rinnovabile decisamente più a buon mercato rispetto al primo”, ricordano Stefano Venier, e Pier Lorenzo Dell’Orco.

Ma come fare a produrre più energia rinnovabile? “Attualmente siamo a un’efficienza del 10% rispetto al livello dove dovremmo essere. Per accelerare questo processo serve una semplificazione delle regole e dei permessi”, risponde Toni Volpe.

Economia circolare e decarbonization

Secondo diversi studi l’economia circolare potrebbe contribuire notevolmente al processo di decarbonization, come sostiene anche Stefano Venier: “L’economia circolare ha un ruolo fondamentale nel processo di carbon neutrality. Per creare equilibrio dobbiamo ridurre l’intensità di utilizzo delle risorse in modo tale che si rifletta sulla riduzione delle emissioni. Servono anche forti partnership tra imprese per mettere a punto piani condivisi di economia circolare”.

Il concetto di economia circolare sta diventando un modello seguito da diverse realtà aziendali anche in Italia, come ricorda Riccardo Stefanelli: “L’alta qualità e la durabilità dei nostri prodotti sono la spina dorsale della nostra attività, un fatto che ci allontana di molto dal modello di business di consumo tout court dei prodotti.”

Coinvolgimento del mondo della finanza

Anche gli investimenti e i flussi di capitale si stanno concentrando sempre più verso le aziende considerate più virtuose. L’Unione Europea ha messo in campo interessanti iniziative, tra cui la trasformazione della Banca Europea per gli Investimenti (Bei) in Banca dell’Ue per il Clima, che ha già dichiarato di voler ridurre l’acquisto di obbligazioni da società di combustibili fossili e altri emettitori di carbonio a favore di società green. Inoltre, alcune delle principali banche hanno deciso di interrompere i finanziamenti a soggetti economici impegnati nella produzione di energia elettrica il cui fatturato provenga dall’uso del carbone per oltre il 25% del totale.

Il settore del Real Estate è uno di quelli dove la finanza rivolge le maggiori attenzioni, come ricorda Barbara Cominelli: “Nel mondo del Real Estate le ESG sono fondamentali oggi più che mai. C’è grande attenzione degli investitori e grandi aziende stanno pensando di diventare il perno di progetti di riqualificazione urbana e di ristrutturazione immobiliare”. Non è da meno il settore delle reti e infrastrutture energetiche. “La finanza è molto interessata a progetti di metanizzazione delle reti del gas che diventano così un asset strategico per contribuire alla transizione energetica”, afferma Pier Lorenzo Dell’Orco.

Formazione: cosa si può fare?

La transizione ecologica porta con sé grandi cambiamenti a livello sociale, economico, offrendo nuove opportunità e professioni. Dunque, specie in ottica di nuove generazioni, la formazione specifica ricopre un ruolo ancora più importante nella transizione. “Il mondo della formazione sta evolvendo con strumenti ad hoc per il nuovo scenario. Ma oltre a master e corsi accademici su temi specifici, una parte di spinta viene anche da associazioni e fondazioni che offrono corsi di formazione digitale. Inoltre, diverse aziende incontrano sempre di più scuole e università per coinvolgere e sensibilizzare gli studenti su questi temi”, afferma Stefano Venier. Proprio a livello di aziende è fondamentale riuscire a trasmettere i valori necessari al cambiamento. Come si può fare? Secondo Riccardo Stefanelli: “Non ci sono manuali né regole scritte, si deve costruire un ecosistema aziendale fortemente incentrato su certi valori che rappresenti un esempio virtuoso in cui riconoscersi”.

La riduzione delle emissioni entro il 2030 e la carbon neutrality fissata per il 2050, devono diventare obiettivi condivisi e tradursi in un percorso di crescita verso nuove opportunità per le aziende. Un percorso che richiede un forte impegno su diversi fronti: trasparenza, conoscenza dei processi, delle operations e della supply chain aziendale. “Dal dibattito di oggi l’insegnamento più grande è che ciascuna delle aziende che hanno partecipato ha portato un diverso punto di vista ed approccio a questa sfida, per questo vi è necessità di interazione tra tutti i settori, pubblico e privato, per cogliere questa grande sfida”, conclude Roberto Giacomelli.

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