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Libia: il dilemma e la scarsa reattività italiana

Per cercare di comprendere il caos che sta agitando la Libia, bisogna distogliere lo sguardo dal petrolio e concentrarsi di più sul gas… Tanti attori e varie strategie: solo noi italiani siamo sempre poco reattivi

Haftar ci riprova e attacca ancora a sud di Tripoli. Sono nove mesi che il generale libico sta tentando la marcia sulla capitale per rovesciare il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Ma adesso il generale promette che questo sarà lo scontro decisivo.

Sul campo a combattere non ci sono solo soldati e milizie libiche, ormai lo sappiamo. Curiosamente, ritroviamo gli stessi protagonisti della guerra siriana: contractor russi, consiglieri militari turchi, jihadisti al soldo dei paesi del Golfo e poi i soliti droni degli sponsor. E forse, anche se nessuno ne parla, ci sono le navi dell’Iran: ne è stata avvistata misteriosamente una al largo di Misurata nella primavera di quest’anno e sono in molti a dire che non è l’unica a fare la spola in quelle acque. Ma se il vostro pensiero, quando parlate di Libia, va al petrolio, vi sbagliate. È al gas che deve andare, perché è il gas che sta facendo muovere soldi e guerre.

Haftar si rianima

Il nuovo attivismo di Haftar non viene da dinamiche interne alla guerra libica, ma coincide con la firma di un controverso accordo per i confini marittimi tra la Libia di Serraj e la Turchia. Un accordo siglato alla fine di novembre che rischia di mettere in discussione il progetto di portare in Europa il gas estratto in Israele, Cipro ed Egitto con un lungo viadotto sottomarino. È il celebre gasdotto del Mediterraneo Orientale che, passando dalla Grecia, dovrebbe liberare l’Europa dalla dipendenza dal gas russo: da questo ambizioso tracciato la Turchia è stata tagliata fuori, anche se alcuni giacimenti di gas si trovano nelle acque di Cipro che Ankara rivendica da decenni.

Tensione Turchia-Israele

Sabato in Israele il canale televisivo Channel 13 si occupava della tensione in corso. Raccontava che rappresentanti del governo di Ankara si erano messi in contatto con un diplomatico dell’ambasciata israeliana nella capitale turca per comunicargli che il progetto del gasdotto nell’Est del Mediterraneo è inesorabilmente legato all’approvazione della Turchia. E lo stesso canale televisivo raccontava per la prima volta al pubblico un episodio avvenuto due settimane prima, quando una nave israeliana per le esplorazioni di gas, la Bat Galim, era stata intercettata dalla marina turca nelle acque di Cipro e allontanata dal luogo delle esplorazioni.

Gerusalemme esporta gas via Il Cairo per poi entrare in Europa

Adesso tutto sta per arrivare a una svolta. A gennaio Israele dovrebbe cominciare a esportare il gas dei suoi giacimenti in Egitto: insieme a quello dell’immensa riserva di “Zohr”, scoperta da Eni nel 2015, il gas si congiungerà con quello estratto a Cipro per alimentare l’Europa. La Turchia è pronta a mediare con Israele, piuttosto che con Cipro e l’Egitto, che ovviamente in Libia sostengono Haftar. Mentre Mosca, che è attualmente il fornitore esclusivo di gas all’Europa, sa che finché ci sarà caos in Libia e nel Mediterraneo Orientale, Siria inclusa, il nuovo gasdotto avrà vita difficile. Anche per questo Mosca sostiene Haftar al fianco di Egitto e Paesi del Golfo.

Le contrapposizioni e i vari attori

Serraj sa che con la firma dell’accordo con Ankara per i confini marittimi ha fatto centro: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan agli inizi di dicembre ha fatto sapere che è disponibile a inviare truppe in suo soccorso. E sabato il suo ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, incontrando Serraj in Qatar, ha ricordato che se l’esercito turco non è ancora in Libia, è solo perché il governo di Tripoli non lo ha ancora chiesto. Un monito nel mezzo di contrattazioni complesse dove gli attori non si contano: Serraj domenica ha incontrato a Doha l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad, che gli ha promesso soldi e armi. Il Qatar, insieme all’Iran, è detentore del più grande giacimento di gas al mondo nel Golfo Persico.

Italia in perenne ritardo

Martedì il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sarà a Tripoli per incontrare Serraj. La posizione dell’Italia tra interessi con Qatar e Turchia e gli asset di Eni in Egitto è esattamente a metà strada tra Serraj e Haftar. Lo sanno bene i libici che in questi giorni vociferavano di visite italiane a sorpresa non solo a Tripoli ma anche a Tobruk. In realtà, ormai siamo noi a dovere andare in Libia. Serraj è a Doha e ad Ankara che si sposta per cercare sostegno. In mezzo agli attori di ferro delle sabbie libiche, rischiamo di essere il classico vaso di coccio.

 

Monica Mistretta

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