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Calcio italiano e sudamericano: cosa li distingue



Calcio italiano e sudamericano: cosa li distingue

Il calcio è nato sul finire del 1800 in Inghilterra ed in una manciata di anni si è espanso in tutti i continenti arrivando ad essere tra gli sport più seguiti e praticati al mondo. A livello di regolamento, le differenze tra calcio sudamericano e quello italiano ed europeo sono nulle: le partite durano 90 minuti e il gioco prevede una sfida 11 contro 11 in campo. Tuttavia, a variare in modo consistente, sono le differenti scuole calcistiche: abbiamo da un lato quella italiana e dall’altro quelle del continente sudamericano. Si usa il plurale perché ci si riferisci almeno a tre filosofie di pensiero diverse: la scuola argentina, quella brasiliana e infine l’uruguaiana. Di certo non secondarie dal momento che è dalle prime due che sono nate le due stelle del calcio mondiale, mostri sacri inavvicinabili per tutti che si sono conquistati di diritto un posto nell’olimpo del calcio: Diego Armando Maradona da un lato e Pelé dall’altro. In tempi molto più recenti si possono citare Messi, fresco vincitore da capitano della tanto attesa Coppa del Mondo, per il versante argentino o Neymar, che nonostante i numerosi infortuni si è spesso caricato il Brasile sulle spalle. Pur con le dovute differenze tra le tre correnti calcistiche sudamericane, il tratto che accomuna il calcio del continente è uno: l’indiscussa predilezione per la tecnica individuale, con palleggi e dribbling che hanno segnato la storia di uno sport intero. È il caso del celebre drible de vaca, soprannominando in questo modo una delle giocate simbolo di Pelé.

O Rei do Futebol, il re del calcio, così chiamato in Brasile è calcisticamente cresciuto nel Santos e nella storica squadra verdeoro ha trascorso quasi tutta la sua carriera toccando le 660 presenze oltre 640 reti, con una media gol stratosferica. Il periodo d’oro della squadra dai colori bianconeri è coinciso non a caso con la presenza di Pelé, a cui è seguito un fisiologico periodo di transizione fino ad una nuova epoca d’oro, con Neymar al centro dell’attacco. Attualmente è leggermente più defilata, tanto in campionato quanto in coppa e non rientra tra le favorite secondo le quote sulla Coppa Libertadores, che vedono più avanti nella griglia Flamengo (vincitore dell’ultima edizione) e Palmeiras, per citare due compagini brasiliane.

Il calcio sudamericano vanta però anche l’Argentina come fucina di talenti, alcuni dei quali stanno calcando anche il suolo italiano con le maglie di Roma (Dybala) e Inter (Lautaro Martinez), con i giallorossi che hanno già iniziato l’opera di rafforzamento con le prime ufficialità. Emblema argentino è però Messi, che volente o meno è stato paragonato per tutta la sua carriera a Maradona, nonostante le carriere non possano essere più differenti, nonostante entrambi abbiano indossato la casacca del Barcellona. L’indimenticato trascinatore argentino ha vestito le maglie di numerosi club in carriera ma ha iniziato e chiuso con il Boca Junior (il debutto da giovanissimo, non ancora sedicenne, è stato con l’Argentinos Juniors), al termine del superclasico contro il River Plate nel 1997.

Spostando ora il focus sul calcio italiano, la sua commistione con gli influssi degli altri paesi europei è evidente: circolano gli allenatori e con essi le loro filosofie di gioco. Se fino ad una manciata di anni addietro la scuola di pensiero italiana poteva riassumersi nel cosiddetto catenaccio e contropiede, oggi non è più applicabile alla lettera. Si tratta di tattiche messe in pratica all’occorrenza, soprattutto nel caso delle piccole squadre, quelle definite impunemente provinciali. Ad oggi il calcio italiano si affida senza dubbio al contropiede ma altrettanto spesso gli allenatori amano costruire il gioco dal basso, a volte prendendo qualche rischio di troppo. Il pressing elevato e a tutto campo ancora non è arrivato sui campi italiani, non in maniera costante quantomeno, ed è questa una delle ragioni per cui storicamente le big italiane fanno fatica nel contesto delle competizioni europee. Un tratto sicuramente caratteristico è divenuto quello di voler imporre il proprio gioco, a prescindere dalle qualità individuali di uno o più elementi della rosa. Un discorso che vale soprattutto per le piccole squadre, nelle quali il valore del gruppo è centrale e ciascun elemento è chiamato a fare la propria parte in tutte le fasi, inclusa la riconquista del pallone che deve partire in prima istanza dagli attaccanti, non più esentati. È per tale ragione probabilmente che sempre più spesso gli allenatori dimostrano di apprezzare particolarmente terzini in grado di dare un doppio apporto sulla fascia, abili sia a difendere che ad attaccare.

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(AS)

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