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La nobile Mission di un’Europa di Pace, nel nome di Saturno – Parte Prima

Esiste un’antica nobiltà della Linguadoca che per secoli ha perseguito una Missione politico-esoterica ispirata al mito arcadico dell’Età dell’Oro, il regno di Saturno: creare un’Oasi di Pace in Europa, superando l’odiata diarchia di trono e altare.

Le prove di questa missione si ritrovano disseminate lungo tutta la storia d’Europa a partire dalla fondazione della monarchia merovingia fino al Secondo Dopoguerra, e si riscontrano in tutti i principali accadimenti socio-politici e religiosi che questo articolo andrà a toccare.

Un certo pragmatismo illuminista vuole che la storia si legga attraverso la domanda latina Cui prodest? (A chi giova?), domanda che presuppone che alla base degli avvenimenti storici ci siano sempre e solo fattori concreti, come interessi economici e l’estensione del potere politico di una persona, di un gruppo o di una nazione.

Troppo spesso gli storici rifiutano di dare il giusto peso a un terzo fattore, che pure si è dimostrato un potente motivatore dell’agire umano anche politico: l’esoterismo.

Nella fattispecie, si vedrà come alcune antiche famiglie nobili abbiano ostinatamente portato avanti nei secoli una missione politica fondata su credenze magico-esoteriche, profondendo in essa ingenti risorse, esponendosi a rischi personali enormi e subendo pesanti sconfitte politiche e militari che non hanno tuttavia mai posto fine all’intento originario di ripristinare un ordine di pace e giustizia in cui gli uomini tornassero a vivere, come descrive Esiodo in Le opere e i giorni, “senza dolori, senza fatiche, senza pene”, sotto la guida di un re buono.

Protagonista di questa missione è una parte della nobiltà più antica d’Europa, cui appartenevano alcune famiglie della Linguadoca (Francia meridionale, in prossimità dei monti Pirenei), dedite a pratiche occultiste, che si distinguevano per una specifica caratteristica: la discendenza da un antenato mitologico semidivino o mostruoso.

La storia ce li consegna come nobili discendenti della famiglia dei merovingi.

Meroveo, il primo re dei Franchi, infatti, secondo la mitologia, discendeva, da parte di padre, da una bestia di mare, una sorta di drago marino, chiamato Quinotauro (bestia Neptuni Quinotauri similis), dal quale aveva ereditato un potere magico-taumaturgico, nonché una deformità fisica simile ad una coda in prossimità del coccige, un marchio che lo contraddistingueva dagli altri re.

Meroveo e i suoi discendenti non amavano la guerra, erano chiamati per questo motivo “i re fannulloni”. Erano anche definiti “re incantatori” in quanto si dedicavano alla magia, all’arte, alle scienze e in particolare all’astronomia, all’astrologia e alla divinazione, che anticamente avevano tra loro confini piuttosto sfumati. Il loro sangue, come quello del mitologico drago dei popoli del Nord Europa, secondo le tradizioni popolari, aveva poteri curativi e, per questo motivo, erano molto amati dai loro sudditi.

Il loro quartier generale stava a Stenay, la cittadina delle Ardenne dedicata a Saturno, il dio della sovversione e del mondo agricolo-bucolico che tiene in mano la falce, nonché sovrano dell’età dell’Oro, poi detronizzato da Giove.

Oltre che nelle Ardenne, la dinastia merovingia si era estesa anche nella zona occitana, in Linguadoca, regione che non faceva parte del Regno di Francia.

Era una zona indipendente, con una propria lingua, la Langue d’Oc appunto, con istituzione politiche avanzate, con rapporti commerciali e di potere con le casate spagnole dei regni di Castiglia e León.

La nobiltà dell’Occitania e del Razès in particolare, era rappresentata dai conti di Tolosa, i Gellone, i Trencavel, i Lusignano, i Blanchefort (Bertrand, nel 1153, sarà Gran Maestro dell’Ordine dei Templari), i De Fleury, i Roquefort, i Voisins, gli Hautpoul-Felinès, i De Nègre, i D’Ables, i Joyeuse, gli A-Niort e gli Arques. Queste famiglie si imparentarono tra loro e con i discendenti dei re merovingi a partire da Sigisberto IV.

Ciò che caratterizzava questa genealogia nobile era:

  1. la custodia di un segreto di famiglia (definito tesoro), occultato nei territori da loro governati;
  2. la predicazione del ritorno del “Grande Monarca” (il cui avvento dalla Linguadoca è profetizzato da Nostradamus, un protetto della casa dei Lorena);
  3. una ribellione dottrinale e politica al papato romano, agli imperatori e ai monarchi assoluti;
  4. la costante cospirazione per costruire un’Europa di pace, senza conflitti, all’insegna del ritorno dell’età dell’oro e appunto del suo Monarca.

Le nobili famiglie della Linguadoca, per portare avanti questa Mission, hanno sempre cercato di condizionare il resto del secondo stato (la nobiltà, secondo la denominazione settecentesca), incrociando il proprio blasone e il proprio sangue con quelli di altrettante nobili famiglie europee come i Lorena, gli Asburgo, i Buglione, i Gonzaga, gli Sforza, gli Angiò, i Guisa, i Visconte, i Borghese, i Colonna, i Gonzaga, i Sinclair/ De Saint Clair, i Savoia e i Setton per citare le più importanti.

Per fare un esempio: Guillem de Gellone fu conte di Tolosa e dei Pirenei e il suo potere si estendeva anche alla Spagna nord-orientale. Protagonista del poema Willehalm, di Wolfran Von Escehnbach, era il nipote del re merovingio Sigisberto IV.

Il figlio di Guillem invece fu Eustachio, conte di Buglione, i cui nipoti sono i celebri nobili impegnati nelle crociate dell’anno Mille, Goffredo, difensore del Santo Sepolcro, e Baldovino I, re di Gerusalemme.

Un giornalista, Lionel Burrus, esponente della Gioventù Cristiana svizzera, sul “Settimanale cattolico di Ginevra” ebbe a scrivere il 22 ottobre del 1966: “I discendenti dei Merovingi sono sempre stati gli ispiratori di tutte le eresie, dall’arianesimo ai catari e ai Templari, fino alla Massoneria. La famiglia in questione, nel corso dei secoli, non ha generato che agitatori ostili e subdoli alla Chiesa Cattolica”.

A dar manforte a queste parole ci fu anche lo scrittore S. Roux, il quale espose in un libello la sua tesi secondo la quale “Non si può dire che la Chiesa Cattolica ignori questa stirpe ma si deve ricordare che tutti i suoi discendenti, a partire dal re merovingio Dagoberto II, sono stati agitatori segreti, ostili tanto alla casa regnante francese quanto alla Chiesa e che sono stati la fonte di tutte le eresie europee…”.

Questa dinastia, infatti, acquisì potere e consolidò le proprie tradizioni familiari nel Medioevo, durante il quale trovatori, minnesinger e poeti li resero protagonisti della vasta e affascinante letteratura del Graal e del Ciclo Bretone, opere nelle quali il retroterra pagano-magico di queste famiglie (la celebre famiglia del Graal della Linguadoca che porta un “marchio” che li distingue) è ancora ben evidente.

Un esempio tangibile dell’ostilità alla diarchia dei due Soli lo si trova appunto nella fondazione dell’Ordine dei Templari, promossa nel 1118 dal nobile Hugues des Payns della Champagne-Ardenne, sposato con la nobildonna Caterina St. Clair e da altri vassalli che, approfittando delle crociate per la riconquista della Terra Santa, progettarono l’ambizioso tentativo di costruire un regno ricco e pacifico in Gerusalemme, alternativo all’impero e al papato europeo e alla cui guida si pose prima Baldovino I Buglione, loro protettore, e poi nel tempo, Guido di Lusignano, signore di Stenay, discendente dal serpente-dama Meleusina.

Si narra, infatti, che Melusina fosse una donna di straordinaria bellezza ma che di sabato si trasformasse in un serpente. La bella dama, secondo le cronache del tempo, era dedita a pratiche di magia nera e, affacciandosi dalla Torre del castello di Stenay, comunicava con i lupi ululando come loro.

Anche la nobile famiglia della Linguadoca degli Hautpoul-Felines, imparentata con i Lusignano, condivideva con loro la discendenza dalla dama Melusina e le leggende locali attribuiranno loro la fama di lupi mannari, esperti di magia nera, adoratori di gatti neri. I loro sudditi li chiamavano “i sovrani della montagna nera”. Ancora oggi, ogni anno il loro castello è meta di visite pubbliche da parte di esoteristi e studiosi di ogni sorta che sperano di vedere apparire la Melusina, in certe particolari notti di luna nera.

La rivalità tra i Templari (che avevano un terzo dei loro possedimenti in Linguadoca), la monarchia francese di Filippo IV il Bello e il papato si risolverà solo nel 1307, con l’arresto dei nobili ai vertici dell’Ordine dei Templari, con la soppressione in perpetuo dell’Ordine da parte di papa Clemente V, con la condanna al rogo per tutti loro come eretici impenitenti, a causa delle accuse di idolatria, apostasia, negromanzia, sodomia e vilipendio del Cristo mosse loro dal domenicano Imbert e dal giureconsulto De Nogaret e confessate dai capi dell’Ordine.

In realtà, come ci dicono i documenti dei processi di Carcassonne e di Firenze, la dottrina templare era fondata su un forte dualismo manicheo.

Questi monaci-guerrieri pregavano tanto il “Dio che sta nei cieli” quanto un idolo barbuto dall’aspetto terrificante definito “il vero Salvatore” chiamato anche “Bafomett” o “Magumet” che consentiva loro di avere ricchezze e potere.

Gesù, per i Templari, era una figura di poco conto. Spesso veniva indicato come un “ladrone, crocifisso per i suoi peccati”. Nelle pratiche d’iniziazione, era ordinato ai neofiti di sputare sulla croce e poi di calpestarla con la formula “non credere in lui, non ti può salvare”.

Sempre in epoca medievale, queste famiglie nobili si schierarono a difesa politica e militare dei catari, il movimento ereticale manicheo-dualista che dall’anno mille fino al 1210 si era radicato nella Linguadoca e in una vasta zona che andava dalla Liguria, passando per la Lombardia, l’Austria, la Germania fino ai Balcani.

Il catarismo era una dottrina complessa che vedeva la contrapposizione di due principi (bene vs male) e di due divinità, il padre che sta nei cieli e il demiurgo, creatore del mondo e di tutte le cose visibili. La maggioranza dei “buoni uomini” o “perfetti”, così erano definiti i catari, predicava e praticava la pace, il vegetarianesimo, la povertà, la parità tra uomini e donne, conducendo un’aspra critica morale e dottrinale alla chiesa cattolica romana, considerata corrotta.

Epicentro dell’eresia, secondo Bernardo di Chiaravalle, era la città di Lavaur.

Una minoranza, invece, più legata alla dottrina dei bogomili jugoslavi, bulgari e a quelli della Tracia, era dedita a strani riti nelle grotte del Sabhartes e credeva nell’esistenza di un “Re del mondo”, per usare un’espressione dello scrittore esoterista Renè Guenon, un Demiurgo che abita nelle viscere della Terra in attesa di ritornare in superficie a comandare.

L’eco di questa agitata minoranza suscitò a Carcassonne, da parte della Santa Inquisizione, il primo processo in assoluto contro una riunione di streghe, nel 1330.

Questo movimento sensista e materialista si diffuse anche in Austria, in Stiria, Boemia, Brandeburgo e Reno dal 1176. Nelle diocesi di Passavia, Vienna e Stiria venivano palesemente confusi con gli altri catari. Nel 1315 un centinaio di loro vennero bruciati a Krems e a Saint-Hipollyte, in Boemia.

Anche in questo caso, la stirpe merovingia che governava la Linguadoca pagò un prezzo altissimo per essersi opposti a papa Innocenzo III, promotore della Crociata contro gli Albigesi che ebbe luogo tra il luglio e l’agosto del 1209, cui parteciperanno le famiglie nobili fedeli al papa ma non i Templari, che si rifiutarono di andare a combattere per solidarietà verso i catari. Simon De Monfort e la nobiltà cattolica non esitarono a sterminare la popolazione catara riunitasi nella fortezza di Montsegur e ad uccidere o arrestare alcuni esponenti della nobiltà occitana che li aveva sostenuti, come i membri della famiglia dei Trencavel o il conte di Tolosa, Raimondo VI.

Il conte di Tolosa, per inciso, aveva parentele altolocate anche fuori dalla Linguadoca. Era figlio della regina Costanza, sorella del re di Francia Luigi VII, e sua moglie era la sorella del re d’Inghilterra ed aveva stretto alleanze con il barone tedesco Otto de Brunswick.

Questi legami di sangue permisero che, dopo la sconfitta, le nobili famiglie della Linguadoca potessero continuare ad opporsi al papato e alla curia romana, appoggiando prima il papa Avignonese Giovanni XXII, già vescovo di Alet Les Bains, nel territorio occitano-cataro, e poi il cardinale Baldassarre Cossa, della famiglia angioina e signore di Ischia che sarà l’antipapa Giovanni XXIII, il cui nome, stranamente, fu riadottato nel 1958 dal nobile cardinale Angelo Roncalli, il “papa Buono” che, a detta di molti, dentro e fuori le mura leonine, apparteneva al movimento rosacrociano.

Segue…

Michele Allegri

(La seconda parte sarà online da giorno 3 agosto alle ore 7 a questo link qui)

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