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Vicenda Marò: Il Tribunale dell’Aja ha deciso che la giurisdizione è italiana

L’annosa vicenda dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, assume toni meno tesi e sembra finalmente che sia stata trovata la via della soluzione. Nonostante ciò resta comunque l’amarezza per come l’Italia si sia trovata coinvolta in questa spiacevole vicenda che purtroppo l’ha vista in una condizione sfavorevole rispetto all’India.  I due militari di marina erano imbarcati a bordo della nave mercantile italiana, Enrica Lexie, della società di navigazione Flli D’Amato di Napoli, come team di sicurezza, NMP, per difenderla dai pirati somali che in quel periodo spadroneggiavano nell’Oceano Indiano. In quegli anni infatti, era consuetudine dei pirati somali avvicinarsi ai mercantili a bordo di ‘innocenti’ pescherecci per poi abbordarli e catturarli allo scopo di chiedere un riscatto milionario in cambio della restituzione della nave ed equipaggio.  Con questa modalità l’11 aprile del 2009 era stato catturato il peschereccio d’altura ‘buccaneer’ battente bandiera italiana con a bordo 16 membri di equipaggio e per il cui rilascio l’Italia ha pagato un riscatto di 4 mln di dollari.  Nel 2012 la possibilità per le navi commerciali italiane, che navigavano nelle aree a rischio pirati somali, di chiedere la scorta armata a bordo, scorta composta da specialisti della Marina italiana, in particolare fanti del Reggimento San Marco, era data da un’intesa siglata nel mese di ottobre del 2011 tra il Ministero della Difesa italiano e Confederazione degli armatori, Confitarma. Accordo che prevedeva l’impiego degli NMP, Nuclei Militari di Protezione, in attuazione di una legge italiana, la 130 del 2011 sul contrasto alla pirateria marittima. Ovviamente i militari italiani imbarcati a bordo di navi civili italiane erano soggetti a determinate regole di ingaggio che erano basate soprattutto sul principio di autodifesa, cioè il ricorso dell’uso della forza solo quando è necessario. Eppure sembra che qualcosa non abbia funzionato nel verso giusto quando nel tardo pomeriggio del 15 febbraio del 2012 l’Enrica Lexie, al largo delle coste meridionali dello stato del Kerala, nell’Oceano Indiano, ebbe un ‘contatto’ ravvicinato con un peschereccio indiano. In seguito a questo contatto per l’India, due pescatori indiani, il timoniere e l’uomo di guardia, vennero uccisi da colpi esplosi dalla Enrica Lexia. Per L’Italia, in seguito al comportamento sospetto di un’imbarcazione al largo delle coste meridionali indiane, i marò avevano operato secondo le procedure internazionali previste in questi casi, ossia con ‘warning shots’ : da prima con segnalazioni radio e luminose e poi, esplodendo tre serie di colpi d’arma da fuoco a scopo dissuasivo. Dopo l’ultima serie di colpi, l’imbarcazione sospetta si allontanò dalla nave italiana che a quel punto proseguì la sua navigazione allontanandosi sempre di più dalle coste indiane fino ad uscirne dalle proprie acque territoriali e con a bordo tutti ignari di quanto sarebbe accaduto nelle ore successive.  Che quell’imbarcazione fosse o meno il Sant’Antonio questo a bordo dell’Erinca Lexie nessuno lo poteva sapere. Il giorno successivo l’India inoltrò una protesta formale all’Italia per l’uccisione di 2 pescatori locali, Valentine Jelestine e Ajesh Binki, da parte dei militari della marina italiana imbarcati a bordo della Enrica Lexie. Da quel momento veniva dato vita ad un’intricata vicenda che forse oggi ha trovato la sua giusta soluzione. Nel frattempo, la capitaneria di Porto del Kerala aveva contattato via radio il comandante della nave italiana chiedendogli di tornare indietro e dirigersi verso il porto di Kochi. Il capitano Vitelli, comandante della Enrica Lexie, si assoggettò agli indiani tornando indietro quando ormai era fuori dalle acque territoriali indiane, e fece questo anche nonostante il parere contrario delle autorità militari italiane. Una volta nel porto indiano Latorre e Girone, rispettivamente capo team e vice del nucleo di protezione armato, dopo momenti di alta tensione si dovettero consegnare nelle mani delle autorità di polizia del Kerala che li arrestarano e incarcerarono. Le autorità locali dello stato federale indiano del Kerala ‘pretendevano’ di processare i due marò. Tra le tante accuse anche l’omicidio per la quale era prevista la pena di morte. Fin dall’inizio apparve difficile stabilire da che parte stava la ragione e dove il torto. Una sola cosa era certa, almeno per l’Italia, se i fatti ascritti ai due marò erano fondati, senza dubbio si doveva essere trattato di un incidente. Purtroppo la vicenda è cresciuta a causa della ostinatezza/testardaggine delle autorità locali indiane a voler andare avanti nonostante le tante incongruenze e discordanze constatate anche nei racconti dei fatti da parte indiana e italiana. La vicenda è cresciuta a dismisura ed ha acquisito contorni drammatici rasentando in certi momenti anche un duro scontro, almeno livello diplomatico, tra i due Stati, India e Italia anche per la ‘manipolazione’ dell’opinione pubblica indiana in forma anti italiana. Tutto quello che è accaduto nei mesi in cui i due militari italiani sono stati trattenuti in India contro la loro volontà e quella dell’Italia, riporta alla mente i tempi dell’inquisizione quando si dava la caccia alle streghe e anche senza prove, ma con solo il sospetto, si giudicava e si condannavano le persone al rogo. Per fortuna oggi è stata posta fine alla vicenda nel migliore dei modi. Quanto stabilito dalla Corte dell’Aja di fatto rispecchia quanto già da sempre l’Italia aveva riconosciuto all’India che inspiegabilmente aveva però, sempre rifiutato pur di andare avanti nella sua convinzione di voler far luce e giustizia sulla vicenda. Gli indiani hanno, ogni volta che l’Italia ha avanzato una motivazione, una proposta, per chiudere la vicenda, che vede coinvolti i due marò, riaperto la questione e sempre in maniera sfavorevole all’Italia si spera che stavolta l’approccio sia positivo.

Ferdinando Pelliccia

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