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Afghanistan: quel talco che finanzia i Talebani

Porta tonnellate di talco, quello che poi troviamo sugli scaffali dei nostri supermercati. Il treno che è partito il 5 settembre dalla stazione di Hairatan, nel nord dell’Afghanistan, e raggiungerà la Cina tra 14 giorni, ne trasporta 1.100 tonnellate racchiusi in 41 container.

Il convoglio ferroviario è il primo da decenni a partire dall’Afghanistan in direzione della Cina. Dal 2016 le merci avevano iniziato a compiere il percorso inverso, mai quello che da Hairatan oltrepassa il vecchio “Ponte dell’amicizia”, costruito dai sovietici, ed entra in Uzbekistan per raggiungere il vicino Kazakistan e di qui la provincia di Jiangxi, in Cina.

Il talco è una delle ricchezze dell’Afghanistan, ma anche è la principale fonte di finanziamento dei Talebani subito dopo l’oppio: i proventi vanno dai 2,5 ai 10 milioni di dollari all’anno, secondo uno studio di Global Witness, Ong internazionale con uffici a Londra e Washington. L’Italia, dopo Stati Uniti e Olanda, è il terzo importatore a livello mondiale del prezioso minerale afghano.

I Talebani dopo diciotto anni di guerra non sono ancora sconfitti perché continuano a fare soldi e non solo con la droga. Hanno armi e controllano vasti territori dell’Afghanistan sui quali il governo di Kabul ancora non esercita alcuna autorità, comprese le più importanti miniere di talco. Hanno tenuto impegnati gli Stati Uniti per oltre un anno in estenuanti trattative a Doha, in Qatar: nove cicli di incontri senza frutto che per ora non hanno portato da nessuna parte.

Sabato Trump ha annunciato con un Tweet di aver annullato all’ultimo minuto un incontro con i Talebani che avrebbe dovuto svolgersi nientemeno che nella residenza presidenziale di Camp David, nel Maryland. Il presidente americano ha spiegato di aver preso la decisione in seguito alla morte di un soldato americano in un attacco rivendicato dai talebani qualche giorno prima a Kabul. Ma dall’inizio della guerra nel 2001 di soldati americani ne sono morti ormai 2.300.

L’inviato speciale per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, è stato richiamato dalla capitale afghana nel fine settimana. E lunedì il presidente americano ha ribadito che i colloqui sono ormai “morti”. Resta valida, però, la sua intenzione di ritirare i 14.000 soldati americani dal paese, con o senza accordi. E pare che la decisione di licenziare il consigliere per la Sicurezza John Bolton sia legata in qualche modo all’Afghanistan: sarebbe stato il consigliere a convincere Trump ad annullare l’incontro con i talebani a Camp David.

Nell’anniversario dell’11 settembre la risposta al fallimento dei colloqui non si è fatta attendere: un missile nella notte ha colpito il quartiere che ospita l’ambasciata americana e gli uffici Nato a Kabul. La guerra va avanti, tanto ai Talebani le risorse non mancano.

Non è che la Cina abbia interesse a sostenere il commercio di talco o i Talebani, anzi. Anche perché tra i terroristi afghani trovano rifugio i ribelli Uiguri di religioni islamica con i quali Pechino è in guerra da decenni nel nord della Cina. Ma la Cina in Afghanistan vuole prima di tutto stabilità: con oltre 3,5 miliardi spesi dal 2005 (dati American Enterprise Institute), è il primo investitore nel paese.

In giugno, quando il capo dell’ufficio politico dei Talebani in Qatar, Abdul Ghani Baradar, era volato a Pechino, era stato accolto come un capo di Stato. La visita, tenuta segreta, era stata annunciata solo dopo la partenza della delegazione. Pochi giorni dopo nella capitale cinese aveva fatto tappa un protagonista delle trattative con i Talebani: lo speciale rappresentante statunitense per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad.

È chiaro che Stati Uniti e Cina siedono allo stesso tavolo in Afghanistan, anche se le tensioni commerciali tra Washington e Pechino rendono tutto più difficile. Ma c’è un fattore di rischio a quel tavolo: la collaborazione che i Talebani hanno aperto con l’Iran negli ultimi anni, ormai riconosciuta a livello ufficiale dal governo di Teheran. Senza contare che l’Iran adesso è il primo partner commerciale dell’Afghanistan. E così lunedì, mentre Trump dichiarava “morto” ogni accordo con i Talebani, si rendeva ancora una volta disponibile a dialogare con il presidente iraniano Hassan Rouhani. Se non si arriva a Kabul, dove tanto si continua a morire, si cerca di prendere la via di Teheran.

MONICA MISTRETTA

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