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“In tre mesi a Mariupol il reggimento Azov, fatto di persone coraggiose che hanno deciso di farsi addestrare per trasformarsi persone comuni in soldati esperti, ha umiliato il grande esercito russo. Cosa sarà di noi dopo Azovstal? Diventeremo più grandi, perché siamo una grande famiglia che si sostiene a vicenda, che difende il Paese per consegnarlo ai propri figli. Azov è il simbolo della possibilità di combattere per ciò che si ama. La nostra terra, difesa chilometro per chilometro, ardente sotto ai piedi dei russi”. All’Adnkronos, da una Zaporizhzhia difesa col sangue, parla uno dei fondatori del reggimento più famoso d’Ucraina, combattente esperto tra i più tenaci e fieri: Maksym Zhorin.

“Nel 2014 sono stati tra i primi a formare il battaglione Azov – racconta – ho iniziato come soldato semplice e ho fatto parte dell’unità di assalto per liberare Mariupol. Sono poi diventato comandante nel 2016 dell’unità che si trovava a Mariupol, mi sono licenziato per dedicarmi alla mia attività privata ma anche alla politica, per quanto possibile. Quando è iniziata l’invasione su vasta scala, il 24 febbraio scorso, insieme ad altri veterani sia di Azov che di altre unità, ho aiutato a formare le unità regionali del reggimento Azov. Ho combattuto a Kiev fino a quando la regione è stata completamente liberata. La nostra unità poi, con le forze speciali, si è spostata nella regione di Zaporizhzhia dove ci sono i combattimenti ancora in corso e dove attualmente mi trovo”.

E proprio a Zaporizhzhia i filorussi hanno dichiarato l’intenzione di indire un referendum per l’annessione a Mosca. “La Russia può dichiarare qualunque cosa, sono tutte parole al vento – risponde il combattente di Azov – La Russia controlla ad oggi il 15% della regione di Zaporizhzhia, mentre ha avuto maggiore successo in quelle di Kherson, Lugansk e Donetsk. Tuttavia, già due settimane fa, abbiamo fermato l’avanzata russa lasciandogli null’altro da fare se non difendersi. Ogni giorno avanziamo, liberiamo un villaggio, un pezzo di terra per volta, sempre avanti. I russi nelle terre che hanno occupato stanno cercando di legittimizzare la loro presenza, elemosinando appoggi senza successo: la gente locale li guarda con astio, continuando a manifestare nonostante i rischi per la propria vita. Da parte nostra possiamo contare sui nostri partigiani, dislocati sui territori occupati per evitare la legalizzazione dell’assedio attraverso referendum. Ed è certo, ogni chilometro della nostra terra brucerà sotto ai piedi dei russi”.

Sulle accuse mosse ad Azov di essere un esercito nazista, Zhorin all’Adnkronos dice: “Del nostro reggimento fanno parte musulmani, cristiani, ebrei, atei che combattono a stretto contatto, che comandano unità, che lottano uniti per l’Ucraina. La demonizzazione di Azov è iniziata dopo i primi successi al fronte: i russi ci hanno visti come un’unità nuova, forte, fatta di persone unite in nome della patria, all’inizio nemmeno militari ma semplici ingegneri, commercianti, addestrati e diventati soldati esperti. Le critiche nei nostri conforti si sono ampliate grazie alla propaganda russa per scongiurare il nostro accesso agli aiuti e la possibilità di essere addestrati dalla Nato per migliorare. Nonostante questo il reggimento è tra i più professionali, non solo in Ucraina. Non abbiamo nulla a che fare con i nazisti, non abbiamo mai preteso di invadere altri territori, vogliamo solo combattere per la nostra amata patria. Sono i russi i veri razzisti, ‘rushisti’ come li chiamiamo noi”.

Tante le perdite, difficile considerare duratura la pur eroica resistenza. “Un terzo dell’unità di Azov dislocata a Mariupol è morto – spiega il combattente – continua il recupero dei corpi da Azovstal, non solo combattenti del reggimento ma anche della polizia nazionale, della marina e della guardia frontiera. Ieri siamo riusciti a recuperare altri 60 corpi mentre è avvenuto lo scambio di 160 nostre vittime con altrettante russe, nonostante la scarsa volontà da parte del nemico di riprenderli. Le trattative per i prigionieri sotto il controllo russo sono in corso, le loro condizioni sono quasi accettabili, hanno il minimo di cibo e acqua per sopravvivere, comunque più di quanto avevano a disposizione a Mariupol”.

“Le armi che stanno arrivando non sono abbastanza. Dovrebbero arrivare più velocemente, per dare una svolta all’andamento della guerra. Non vedo una soluzione veloce a questa situazione, ma noi combatteremo fino alla vittoria – ribadisce Zhorin – questa guerra o qualsiasi altra ne abbia in mente la Russia che certo non si fermerà all’Ucraina e sarà fermata solo quando noi vinceremo. Noi non stiamo combattendo solo per i nostri territori ma per tutta la civiltà, considerato che Putin coi piani che ha in mente difficilmente eviterà di attaccare altri paesi. Sull’Occidente grava la responsabilità di una vittoria veloce con minori perdite. Se resteranno in disparte ad osservare, ci saranno le nuove Bucha, Cernihiv o Mariupol. La vittoria è certa, la questione è il tempo”.

(Silvia Mancinelli – AdnKronos)

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