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La Guida suprema rafforza la catena di comando dopo la guerra con Israele e le tensioni con gli Stati Uniti: quattro livelli di successione e deleghe straordinarie per garantire la continuità del regime

La successione a Khamenei entra nella fase più delicata degli ultimi anni. Secondo un’inchiesta del New York Times, la Guida suprema iraniana Ali Khamenei avrebbe predisposto un articolato piano per garantire la continuità del regime e della leadership militare nel caso di un conflitto su larga scala o di un suo eventuale assassinio.

Al centro del nuovo equilibrio di potere emerge Ali Larijani, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e figura politica di lungo corso, cui Khamenei avrebbe affidato un ruolo chiave nella gestione degli affari di Stato, ridimensionando di fatto le prerogative del presidente Masoud Pezeshkian.

Quattro livelli di successione e deleghe straordinarie

La successione a Khamenei, secondo quanto riportato, si basa su una struttura multilivello: per ogni incarico militare e governativo nominato direttamente dalla Guida suprema sarebbero stati indicati fino a quattro possibili sostituti. Una misura pensata alla luce delle lezioni apprese durante la guerra di 12 giorni con Israele, quando attacchi mirati colpirono parte della leadership militare iraniana nelle prime ore del conflitto.

Khamenei avrebbe inoltre delegato poteri decisionali a una cerchia ristretta di fedelissimi in grado di assumere il controllo nel caso in cui il leader non fosse più in grado di comunicare o venisse ucciso. Tra i nomi citati figurano il maggiore generale Yahya Rahim Safavi, il generale Mohammad Bagher Ghalibaf — indicato come vice de facto al comando delle forze armate durante la guerra — e Ali Asghar Hejazi, capo di stato maggiore della Guida.

Secondo il quotidiano americano, durante il conflitto con Israele Khamenei avrebbe anche individuato tre possibili successori, senza tuttavia renderne pubblici i nomi.

Il ruolo di Larijani nella gestione della crisi

Pur non essendo considerato un potenziale successore alla carica di Guida suprema — in quanto non appartenente al vertice del clero sciita — Larijani sarebbe oggi la figura di riferimento nella gestione operativa dello Stato. La successione a Khamenei, nel suo assetto attuale, lo vedrebbe come garante della stabilità interna in una fase di forte pressione esterna.

Intervistato dal New York Times, l’analista conservatore Nasser Imani ha affermato che Khamenei riporrebbe «piena fiducia» in Larijani, ritenendolo l’uomo adatto a guidare il Paese in un momento così critico.

Secondo il reportage, Larijani avrebbe supervisionato la repressione delle proteste interne, coordinato la diplomazia nucleare con Washington e gestito i rapporti con alleati e partner regionali come Russia, Qatar e Oman. Avrebbe inoltre partecipato alla pianificazione militare mentre l’Iran si preparava a possibili attacchi statunitensi, ritenuti “inevitabili e imminenti” da alcuni ambienti governativi.

Tensioni interne e pressione internazionale

La successione a Khamenei si inserisce in un contesto di crescente instabilità. Nelle ultime settimane gli Stati Uniti e l’Iran hanno ripreso a Ginevra colloqui mediati dall’Oman sul dossier nucleare, mentre Washington ha rafforzato la propria presenza militare nella regione con portaerei e velivoli.

Fonti statunitensi hanno indicato la possibilità di nuovi incontri negoziali, ma hanno anche avvertito che questa potrebbe rappresentare l’ultima finestra diplomatica prima di un’eventuale operazione militare.

Sul fronte interno, le autorità iraniane hanno predisposto piani di controllo capillare in caso di guerra: unità speciali di polizia, agenti dei servizi segreti e milizie Basij in abiti civili sarebbero pronte a dispiegarsi nelle città per prevenire proteste e individuare presunti collaboratori di agenzie straniere.

Parallelamente, nelle università di Teheran e in altri atenei si sono registrate nuove manifestazioni studentesche, mentre gruppi pro-regime hanno organizzato raduni contrapposti.

Un equilibrio fragile

La successione a Khamenei non appare imminente sul piano formale, ma la costruzione di una catena di comando alternativa segnala la consapevolezza, ai vertici della Repubblica islamica, di una fase storica ad alto rischio. La guerra con Israele, le tensioni con gli Stati Uniti e le proteste interne hanno accelerato un processo di consolidamento del potere che punta a evitare vuoti decisionali.

In questo scenario, Larijani emerge come perno politico e operativo del sistema, chiamato a garantire la continuità dello Stato nel caso in cui la leadership suprema dovesse venire meno.

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(con fonte Times of Israel)

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