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Ambiente

La moria delle api, in Lombardia decine di milioni sparite nel nulla

Decine di milioni di api letteralmente scomparse nel nulla in meno di un anno e solo in Lombardia. E la stima è al ribasso perché prende in considerazione solo le api monitorate dagli apicoltori, quindi mancano all’appello gli impollinatori selvatici. E quelle che ci sono, mostrano uno strano fenomeno: dimensioni ridotte e ridotta capacità lavorativa. Il 20 maggio è la Giornata Mondiale delle Api, ma in Italia “la situazione è preoccupante. Le api sono bioindicatori di quello che succede nel nostro ambiente e il segnale che ci stanno dando non è positivo”, dice all’AdnKronos Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace.


Diverse le cause che influiscono sul declino degli impollinatori: i cambiamenti climatici, con gli sbalzi di temperatura e i fenomeni meteorologici estremi. Ma la scomparsa di habitat, le monoculture e l’utilizzo della chimica “continuano a rappresentare la causa predominante di questo declino”, spiega Ferrario.

I numeri delle api scomparse

Lo scorso agosto Greenpeace e le associazioni di apicoltori hanno denunciato un grosso fenomeno di moria in Lombardia e pianura padana “dove c’è una forte presenza di monocolture di mais – spiega Ferrario – principalmente mais che finisce negli allevamenti intensivi, dove sono morte 7-8 milioni di api, stime al ribasso, entrate in contatto con due sostanze insetticide utilizzate in queste colture. La procura di Cremona sta investigando ma è plausibile che la moria sia legata all’uso di queste sostanze”.

E non è finita qui: “la scorsa settimana abbiamo denunciato, con Apilombardia, altri fenomeni di spopolamento sempre in pianura padana, il centro italiano dell’agricoltura intensiva, dove tra la fine marzo e la fine di aprile, quindi in un solo mese, le api uscite dagli alveari non hanno fatto più ritorno. Parliamo di qualcosa come 600 alveari interessati per una stima di circa 10 milioni di api sparite nel nulla”, aggiunge la responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace.

L’ipotesi in campo? “Questi fenomeni – spiega – sono avvenuti in concomitanza con le semine di mais con sementi ‘conciate’, cioè trattate con pesticidi che vanno a depositarsi anche sulle zone adiacenti ai campi, sulla flora spontanea dove vanno a bottinare gli impollinatori. Ma non solo. Prima dell’operazione di semina vengono effettuate operazioni di diserbo in presemina con utilizzo di erbicidi. Posto che sul fenomeno ancora non c’è chiarezza, questa potrebbe essere la causa”.

Senza api addio a un terzo del cibo e al 90% della flora

Cosa fare per salvare le api? “Dobbiamo avviare e investire, a cominciare dal denaro pubblico, in una transizione del modello di produzione del cibo verso modelli agroecologici, altrimenti non riusciamo a invertire questa tendenza”, dice Ferrario. E se non la invertiamo? “Un mondo senza api non esisterebbe. Noi dipendiamo dagli impollinatori. Un terzo del cibo che mangiamo tutti i giorni viene impollinato direttamente da questi insetti e il 70-75% di tutto il cibo che produciamo qualitativamente o quantitativamente è influenzato dalla loro attività. Il 90% della flora dipende da loro. Un mondo senza api non è ipotizzabile”.

E c’è l’esempio poco rassicurante che viene dalla Cina: in una regione dove per tanti anni sono state usate dosi abbondanti di pesticidi, gli insetti sono scomparsi del tutto e così, ad ogni primavera, squadre di operai agricoli si sono dovuti arrampicare sugli alberi da frutto per impollinare a mano i fiori.

“L’Ue con la strategia Farm to Fork fissa tra gli obiettivi la necessità di tagliare del 50% l’utilizzo dei pesticidi al 2030 e incrementare le aree bio del 25%. Cominciamo con il vietare i pesticidi dannosi per le api, poi bisogna avviare una transizione. Quando abbiamo occasioni uniche, come i fondi del Recovery, è lì che dobbiamo creare le occasioni per avviare la transizione, cosa che al momento non vediamo: nel Pnrr l’agricoltura è la grande assente, la parola biologico non compare neanche una volta. Una doppia zappata sui piedi, visto che l’Italia è leader europeo nella produzione bio”, conclude Ferrario.

(di Stefania Marignetti)

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