Proteste in Iran, l’economia spinge nuove mobilitazioni a Teheran
La crisi del potere d’acquisto e l’inflazione alimentano il malcontento. Il presidente Pezeshkian ammette in Parlamento i limiti delle risorse statali, mentre analisti indicano sanzioni e cattiva gestione come cause strutturali
Le proteste in Iran tornano ad attraversare il Paese, sospinte da una crisi economica che continua a ridurre il potere d’acquisto della popolazione. Nelle ultime settimane, soprattutto a Teheran, numerosi negozi del centro e dello storico Grand Bazar hanno abbassato le serrande in segno di protesta contro il caro-vita e contro quella che viene percepita come l’incapacità del regime di rispondere alle difficoltà quotidiane.
A fotografare la gravità della situazione è stato lo stesso presidente iraniano Masoud Pezeshkian, intervenendo in Parlamento. Il capo dell’esecutivo ha riconosciuto apertamente i limiti della manovra economica: stipendi bassi, pressione fiscale elevata e scarsità di risorse rendono difficile aumentare i salari. Pezeshkian ha spiegato che il governo fatica a reperire valuta estera sufficiente per garantire beni essenziali, mangimi e approvvigionamenti di base, come riportato dal Financial Times.
Proteste in Iran: non episodi isolati
Secondo analisti e osservatori internazionali, le proteste in Iran non rappresentano un episodio isolato, ma l’esito di una combinazione di fattori che si trascinano da anni: sanzioni statunitensi, gestione economica inefficiente e fenomeni di corruzione diffusa. Sanam Vakil, direttrice per il Medio Oriente di Chatham House, sottolinea come il malcontento sia radicato nella stagnazione economica e nel blocco politico, rendendo prevedibile un’intensificazione delle mobilitazioni.
Il quadro macroeconomico evidenzia un declino prolungato. Esfandyar Batmanghelidj, direttore della Bourse & Bazaar Foundation, ricorda che dal 2012, con l’inasprimento delle sanzioni occidentali, la crescita media annua è scesa dal 4,4% all’1,9%. Un temporaneo miglioramento si era registrato dopo l’accordo nucleare del 2015, che aveva consentito una parziale ripresa delle esportazioni di petrolio, arrivate a 2,8 milioni di barili al giorno nel 2018.
Il ritiro degli Stati Uniti dall’intesa nello stesso anno e il ripristino delle sanzioni hanno però riaperto una fase di forte instabilità: il rial si è svalutato, l’inflazione ha superato il 40% e una parte consistente delle riserve valutarie è rimasta bloccata all’estero. Djavad Salehi-Isfahani, economista della Virginia Tech, osserva che questa dinamica ha compromesso in modo duraturo i redditi reali della popolazione, rimasti stagnanti per oltre un decennio.
La situazione si è ulteriormente deteriorata dopo la guerra di dodici giorni con Israele dello scorso giugno, che ha aumentato l’incertezza sui mercati. Negli ultimi sette mesi il rial ha perso circa il 40% del suo valore, l’inflazione annua ha raggiunto il 42% a dicembre e i prezzi alimentari sono cresciuti del 72%, con il pane in aumento di oltre il 100%.
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(con fonte AdnKronos)
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