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Yemen: la barchetta, il missile e il messaggio a Teheran

È il 25 novembre: una piccola nave di legno senza bandiere sta navigando nel Mare Arabico. Sembra una delle tante imbarcazioni di pescatori, ma a bordo, insieme all’equipaggio yemenita, stanno viaggiando le componenti per la costruzione di un missile teleguidato, un’arma avanzata che può colpire con estrema precisione. La consegna non va in porto: un cacciatorpediniere statunitense, la Forrest Sherman, blocca l’imbarcazione e sequestra il materiale. L’equipaggio viene consegnato alla Guardia costiera dello Yemen. Passano dieci giorni prima che la notizia emerga sulla stampa internazionale. Quando esce il 5 dicembre, il Pentagono fa subito sapere che secondo le indagini si tratta di materiali provenienti dall’Iran.

Nessuno ci racconta dove avvenga esattamente il sequestro: nel Mare Arabico al largo dello Yemen oppure lungo le coste dell’Oman? Un ufficiale statunitense dichiara alla stampa che con ogni probabilità le armi erano dirette in Yemen. Il Mare Arabico è enorme: decine i sequestri di armi avvenuti nelle sue acque da quando nel 2015 è scoppiata la guerra tra i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, e l’Arabia Saudita. Al punto che i traffici verso il paese sotto embargo a un certo punto avevano trovato altre strade.

Le rotte usate per fornire armi ai ribelli Houthi

Nell’agosto del 2017 l’agenzia internazionale “Reuters” riceve una dritta da parte di fonti occidentali “familiari con il tema”: per fornire armi ai ribelli Houthi in Yemen le Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno aperto una nuova rotta attraverso il Golfo Persico. Non più trasbordi dalle grandi alle piccole navi lungo le coste dello Yemen o della Somalia, in una triangolazione vecchia ormai di decenni: è troppo rischioso perché il tratto di mare è solcato da decine di navi militari che ogni giorno scortano le petroliere di tutto il mondo. Teheran per i trasbordi ha iniziato a utilizzare acque più vicine a casa: quelle al largo del Kuwait. È qui che armi, droga e soldi in contanti vengono trasferiti su piccole imbarcazioni. Le autorità del Kuwait negano immediatamente ogni tipo di coinvolgimento e sconfessano il report nel quale, ancora una volta, manca più di un dettaglio: perché proprio al largo del Kuwait? Come fanno i materiali a raggiungere lo Yemen una volta trasferiti sulle imbarcazioni? Lungo quali coste?

Se è una di queste navi quella sequestrata il 25 novembre con a bordo i missili e l’equipaggio yemenita, allora ha fatto una lunga strada, battuta da almeno due anni. Quanto emerso il 5 dicembre è ovviamente solo lo stretto indispensabile: non racconta di passaggi e triangolazioni, non indica i paesi coinvolti.

Verso la pace in Yemen?

Seguendo gli eventi dei giorni in cui la lacunosa notizia vedeva la luce, scopriamo che esattamente il 5 dicembre l’inviato del Dipartimento di Stato americano Brian Hook dichiarava alla stampa che ormai non è più Iran a parlare a nome degli Houthi: i ribelli yemeniti stanno portando avanti un dialogo costruttivo con l’Arabia Saudita in vista del cessate il fuoco. Il giorno dopo il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, gli faceva eco nel corso della conferenza Med a Roma parlando di possibilità concrete per una soluzione al conflitto.

Un primo passo è già avvenuto con una restituzione di prigionieri. L’Arabia Saudita alla fine di novembre ha rilasciato oltre cento ribelli Houthi: 128 dice la Croce Rossa, 200 dichiara la Coalizione saudita. Il sequestro dell’imbarcazione da parte del cacciatorpediniere statunitense è avvenuto esattamente nei giorni in cui i prigionieri venivano rilasciati. Il ruolo dell’Iran nella regione, messo in discussione dalle proteste in Libano e in Iraq, vacilla anche in Yemen.

L’Iran deve ridisegnare il suo ruolo nel Golfo e nel Medio Oriente

Ma Teheran sta cercando nuovi orizzonti. Pochi giorni fa il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif era in Oman per discutere con la sua controparte, Yusuf bin Alawi, di un ambizioso progetto di cooperazione con i paesi del Golfo: Hormuz Peace Endeavor, acronimo “Hope”, speranza. È da quelle acque del Golfo che sono passate tante imbarcazioni sospette. Alawi ha incontrato il segretario di Stato Mike Pompeo il 25 novembre: il giorno del sequestro della piccola imbarcazione. A febbraio lo stesso Alawi a Varsavia ha avuto un colloquio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. E Netanyahu ha appena incontrato Pompeo a Lisbona per parlare di Iran e di un nuovo, più saldo, patto di difesa tra Stati Uniti e Israele: un complesso giro di colloqui a catena che porta sempre dritto a Teheran.

Non mancano i messaggi per Teheran & Co.

Quel sequestro della piccola imbarcazione di legno carica di componenti missilistiche iraniane era un messaggio: diretto a Teheran e a tutti quelli che in questi lunghi anni di guerra in Yemen hanno fatto lucrosi affari sulla pelle della popolazione, nessuno escluso.

Monica Mistretta


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