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Iraq: per chi suona la campana

Un suono lungo di tromba vuol dire che bisogna riunirsi, piccoli colpi interrotti significano che è venuto il momento di disperdersi. È così che si comunica in Iraq al tempo delle proteste. Internet va e viene, nei momenti difficili è sempre giù: da quando agli inizi di ottobre sono scoppiate le manifestazioni di piazza contro il governo di Baghdad e l’ingerenza dell’Iran nel Paese, tanti quotidiani hanno chiuso, migliaia di attivisti sono finiti in carcere, oltre 300 persone hanno perso la vita.

Giovedì sera la Tv di stato irachena ha annunciato che il primo ministro Adil Abdul Mahdi ha sollevato dall’incarico il generale Jamil Shummer, il macellaio inviato solo poche ore prima a Nassiriya per sedare le proteste. Non c’erano alternative: dopo 22 morti e quasi 200 feriti, il generale era diventato semplicemente indifendibile. Da quando mercoledì sera i dimostranti avevano dato a fuoco al consolato iraniano nella città santa di Najaf, tutti attendevano la reazione violenta e non sono stati delusi: 40 i morti tra Najaf e Nassiriya nel giro di un solo giorno.
Najaf è sotto coprifuoco.

I primi giorni d’ottobre, quando le proteste avevano avuto inizio, era Baghdad l’epicentro del dissenso. Adesso tutto si è spostato a sud, verso Nassiriya e Bassora, dove scorrono gas e petrolio. Sono i documenti sottratti all’archivio dei servizi segreti iraniani e rivelati dal New York Times a fare luce sul perché. Chi protesta è rimasto tagliato fuori dalle ricchezze del paese, intrappolato tra le maglie di una rete nella quale scorrono milioni di dollari: le mazzette che Teheran paga ai rappresentanti del governo di Baghdad per aggiudicarsi contratti di ogni genere nei settori critici dell’economia, primo fra tutti il controllo dei pozzi petroliferi nel sud del paese. La vera ricchezza sta scivolando via dalle mani degli iracheni. Come ha scritto una giornalista del quotidiano online The Baghdad Post,l’Iran non è più il difensore degli sciiti nel mondo, ma li ha sfruttati, impoveriti e svuotati”.

Venerdì pomeriggio, travolto da scandali e proteste, il primo ministro Abd al Mahdi ha fatto sapere al parlamento che è pronto a dare le dimissioni. A spingerlo a questo passo è stata proprio la massima autorità religiosa sciita irachena, Ali Sistani.

Che Teheran sia disposta a lasciare nelle mani degli iracheni i lucrosi contratti che si è aggiudicata, è semplicemente impensabile, che ci sia questo o un altro governo a Baghdad. Soprattutto perché adesso qualcosa sta cambiando nei rapporti tra Stati Uniti e Iran.

Il dialogo tra Washington e Talebani in Afghanistan è ripreso dopo un’interruzione di qualche mese, come ha dichiarato venerdì lo stesso presidente Donald Trump in visita a sorpresa in Afghanistan.  Il problema, per gli iracheni, è che Teheran non è certo estranea al risultato. Due giorni fa il capo dell’ufficio politico dei Talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, era in Iran per uno scambio di vedute con alti rappresentanti del governo iraniano: a riprova di canali di comunicazione sotterranea che fanno fatica ad apparire in superficie e forse per questo funzionano meglio di altri.

Anche l’Arabia Saudita ha trovato una sponda per raggiungere la tentacolare Teheran: il Pakistan, da sempre dipendente dalla politica e dai petroldollari di Riad. Il primo ministro pakistano Imran Khan è stato il primo a felicitarsi per il rilascio dei prigionieri talebani. E dove si trovava il capo dell’esercito pakistano Qamar Javed Bajwa agli inizi di novembre, prima che il dialogo tra Washinton e Talebani ripartisse? Ma naturalmente in Iran per un incontro con il presidente Hassan Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif. L’accelerazione di colloqui sembra aprire una nuova stagione nel triangolo tra Washington, Riad e Teheran. Ovunque i fautori della linea dura sono in difficoltà: il presidente israeliano Benjamin Netanyahu è sotto processo nel suo paese, su Trump incombe l’ombra dell’impeachment.

Gli iracheni sono al culmine delle proteste, non vogliono cedere di fronte ai morti, alla repressione, alla violenza più brutale di chi ha ucciso i manifestanti scesi in piazza a colpi di arma da fuoco e di pesanti lacrimogeni sparati dritti alla testa. Ma dovranno contare solo su se stessi. Se nessuno ha aiutato i curdi in Siria, è difficile che qualcuno venga in loro soccorso. Meno che mai adesso.

MONICA MISTRETTA

 


 

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