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Dalla Casa Bianca alla piattaforma Truth, il presidente Usa rivendica meriti pacificatori tra annunci improvvisi, mediazioni opache e risultati incerti

Donald Trump prometteva la fine della guerra in 24 ore, soprattutto quella in Ucraina. Cinque mesi dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, i conflitti continuano, ma i suoi annunci sui social si moltiplicano. Da Truth Social, il suo canale privilegiato, il presidente ha proclamato tregue tra Iran e Israele, India e Pakistan, Congo e Ruanda, fino alla storica frizione tra Serbia e Kosovo. Ma dietro la retorica da premio Nobel per la pace, si intravede una diplomazia opaca, spesso smentita nei fatti o ridimensionata dalle stesse capitali coinvolte.

Una diplomazia che parla in maiuscolo
Trump ha scelto la via meno convenzionale per esercitare il ruolo di mediatore globale: negoziazioni riservate seguite da annunci pubblici via social, senza dettagli, senza roadmap, senza mediazione multilaterale. Il suo linguaggio diretto e autocelebrativo si scontra però con la realtà dei teatri di guerra. L’annuncio di un cessate il fuoco tra India e Pakistan, due potenze nucleari storicamente rivali, è stato accolto con cauta conferma da Nuova Delhi e Islamabad, ma non ha prodotto alcuna svolta sostanziale. Le tensioni restano irrisolte, le ragioni del conflitto immutate.

Iran e Israele, tregua o tregua violata?
Più recente l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Iran, dopo un’escalation militare che ha coinvolto anche gli Stati Uniti. Trump ha detto di aver “convinto Netanyahu a fermare i bombardamenti”, ma a poche ore dalla dichiarazione Israele ha accusato Teheran di violazione della tregua. L’Iran ha risposto con accuse speculari. Il tutto in un clima di altissima tensione e con i fronti ancora attivi, anche se silenziati da una tregua fragile e non formalizzata.

Accordi estemporanei e meriti autoproclamati
Nel suo elenco dei successi diplomatici, Trump inserisce anche la pace tra Congo e Ruanda e il presunto congelamento del conflitto tra Egitto ed Etiopia sul Nilo. Ma in nessuno di questi casi sono stati diffusi dettagli ufficiali, né si sono registrate verifiche sul campo da parte di organismi internazionali. Manca la trasparenza, mancano i documenti, mancano i garanti.

Una retorica da premio, senza premio
Trump non nasconde la sua frustrazione per la mancata attribuzione del Premio Nobel per la Pace, che considera un riconoscimento politico più che meritocratico. “Non lo riceverò mai, qualunque cosa faccia”, scrive su Truth. Eppure, il suo primo mandato aveva davvero prodotto un risultato storico: gli Accordi di Abramo del 2020, che portarono alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi. Oggi però, le sue nuove “missioni di pace” appaiono più scenografiche che strutturate, spesso incapaci di andare oltre l’effetto annuncio.

Conflitti ancora aperti, risultati incerti
Nonostante la narrazione trionfalistica, la guerra tra Russia e Ucraina continua dal 24 febbraio 2022, con Mosca saldamente attestata su posizioni militari e diplomatiche aggressive. E nel Medio Oriente, la partita tra Iran, Israele e Gaza è tutt’altro che conclusa. Il rischio è che una diplomazia affidata ai social e orientata all’impatto mediatico offuschi il ruolo delle istituzioni internazionali, senza risolvere i conflitti.

La strategia diplomatica di Donald Trump appare improvvisata, personalistica e autoreferenziale. I cessate il fuoco annunciati a ripetizione sembrano più una forma di narrazione politica che una reale architettura di pace. In assenza di accordi formali, supervisione terza e implementazione verificabile, questi annunci rischiano di restare operazioni di comunicazione, non soluzioni durature.

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(con fonte AdnKronos)

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