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Analisi di un’operazione senza precedenti: Kiev ha colpito nel cuore della Russia con una strategia invisibile e una logistica ingegnosa. Danneggiati o distrutti decine di aerei militari

L’attacco ucraino contro quattro basi aeree russe è stato audace, ardito e — soprattutto — chirurgico. A distanza di giorni, emerge con chiarezza non solo la portata dell’operazione, ma la raffinatezza della pianificazione e l’impatto potenziale sulle capacità offensive russe. Come ha evidenziato la CNN, Kiev ha saputo colpire là dove la Russia si credeva al sicuro, danneggiando o distruggendo decine di velivoli militari utilizzati per bombardamenti su larga scala contro obiettivi civili ucraini.

Secondo il Servizio di Sicurezza ucraino (Sbu), sono stati colpiti 41 aerei, inclusi bombardieri strategici e velivoli di sorveglianza. Il dato, se confermato anche solo in parte, rappresenterebbe un duro colpo alla capacità russa di mantenere la pressione aerea costante su Kiev. Justin Bronk, ricercatore del Royal United Services Institute, ha definito l’operazione “un successo straordinario” e in grado di ridurre significativamente la potenza di fuoco russa a lungo raggio.

Il colpo è stato portato a termine su quattro basi lontane dal confine ucraino: Belaya (Irkutsk), Olenya (Murmansk), Diaghilev (Ryazan) e Ivanovo. In alcuni casi, si parla di distanze superiori ai 4.000 chilometri. Secondo fonti della CNN, proprio la lontananza ha spinto Mosca ad abbassare la guardia, lasciando velivoli strategici esposti e facilmente individuabili tramite immagini satellitari pubbliche.

A sorprendere è anche la modalità d’attacco: i droni non sono partiti dal confine ucraino, ma sono stati introdotti clandestinamente all’interno della Russia. Una volta nascosti in strutture mobili — capannoni in legno caricati su camion — i droni sono stati portati a ridosso degli obiettivi. I tetti si sono poi aperti per il lancio. Una fonte ucraina ha confermato che i comandi dei droni sono stati gestiti da remoto, tramite connessioni cellulari russe difficili da tracciare.

L’operazione ha coinvolto 117 droni, secondo quanto dichiarato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Gli agenti della Sbu operavano in tre fusi orari diversi e sarebbero tornati in patria prima dell’inizio dell’attacco. L’uso di droni FPV (First Person View) e l’impiego di reti locali anziché sistemi come Starlink ha permesso agli operatori di restare invisibili alle contromisure russe.

La Russia ha bollato l’attacco come “terroristico”, ma le difese aeree non sono riuscite a reagire in tempo. La mancanza di mitragliatrici pesanti, l’unico strumento efficace contro droni a bassa quota in queste condizioni, ha reso vulnerabili aeroporti ritenuti intoccabili.

L’attacco non è solo un’azione simbolica, ma una dimostrazione concreta della capacità ucraina di colpire nel profondo del territorio russo, aggirando le distanze e i limiti tecnologici. È, di fatto, una nuova fase della guerra: non più solo resistenza, ma capacità di infiltrazione, coordinamento e attacco chirurgico contro i nervi scoperti del potere militare russo.

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