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Prima ancora di riciclare, bisognerebbe produrre meno rifiuti. Questo è il mantra su cui, da qualche tempo, esperti e istituzioni stanno puntando per migliorare la salute dell’ambiente. Un orientamento condiviso anche dalle Nazioni Unite con l’Sdg 12 dell’Agenda 2030, dal titolo “Ensure sustainable consumption”.

È indubbio che “il consumo sostenibile” a cui fa riferimento l’obiettivo delle Nu passi anche dal riparare oggetti malfunzionanti, evitando di buttarli per poi comprarne altri.

Il diritto alla riparazione è dunque fondamentale per promuovere l’economia circolare, ma spesso rimane un’opzione solo sulla carta anziché una possibilità concreta. L’Unione europea ha riconosciuto questa lacuna e sta cercando di intervenire attraverso una nuova direttiva proposta nel contesto del Green Deal europeo e del piano d’azione per l’economia circolare.

Per questo, lo scorso 1° novembre, la Commissione parlamentare Ue per il mercato interno e la protezione dei consumatori ha adottato una posizione a favore del “diritto alla riparazione” per i consumatori, segnando un’accelerazione decisa verso la promozione di una cultura della riparazione e una maggiore sostenibilità.

Troppo spesso, infatti, si tende a sostituire i beni non funzionanti, piuttosto che aggiustarli.

L’organo europeo vuole cambiare questo trend, perché l’abbandono prematuro dei prodotti:

– genera ingenti quantità di emissioni di CO2;

– utilizza enormi risorse e produce un eccessivo volume di rifiuti.

Quanto pesa la mancata riparazione

Numeri alla mano, la mancata riparazione dei prodotti ha un impatto devastante sull’ambiente.

Secondo la Commissione, lo smaltimento prematuro di beni di consumo sostenibili genera 261 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 equivalenti all’anno e spreca 30 milioni di tonnellate di risorse producendo ogni anno 35 milioni di tonnellate di rifiuti. Numeri raccapriccianti che invitano ad una presa di posizione ancora più decisa sul tema, come ha evidenziato Cristina Ganapini dell’associazione Right to Repair Europe: “Le apparecchiature elettroniche hanno un impatto ambientale e di carbonio altissimo lungo tutto il loro ciclo di vita, dall’estrazione dei materiali per costruirli alla produzione stessa e alla gestione del fine vita”.

“Per dare un’idea – spiega Ganapini – il ciclo di vita degli smartphone nella sola Unione europea è responsabile di emissioni di CO2 paragonabili a quelle di un singolo Stato membro e se solo riuscissimo ad allungare di un anno la vita di un prodotto, sarebbe l’equivalente di togliere dalle strade due milioni di automobili”. A livello di emissioni, secondo il Fraunhofer Institute, acquistare uno smartphone ricondizionato può ridurre tra il 70% e l’80% di emissioni di CO2.

Sotto il profilo economico, le consumatrici e i consumatori europei che optano per la sostituzione anziché per la riparazione perdono complessivamente circa 12 miliardi di euro all’anno. Numeri che, visti dal lato aziendale, si trasformano in guadagno. Un guadagno diventato ormai insostenibile se consideriamo l’impennata della domanda, destinata almeno a raddoppiare nei prossimi anni.

In questo scenario, già complicato, si aggiungono le delicate riflessioni geopolitiche con le materie prime del settore tech sempre meno disponibili e appannaggio della Cina. “Solo il 17% dei rifiuti elettronici globali è riciclato – aggiunge Ganapini – e per molte materie prime critiche non supera l’1%. E quando ricicliamo restano gli impatti legati alle emissioni generate durante le fasi di produzione, trasporto e lo stesso riciclo”.

Cosa propone l’Ue per il “diritto alla riparazione”

La proposta in discussione segue la tradizionale doppia via dell’Ue in materia Esg. Da una parte si prevedono degli obblighi per i produttori, dall’altra si inseriscono degli incentivi finanziari a carico degli Stati membri per rilanciare il settore delle riparazioni.

Con la proposta del 1°novembre l’organo Ue ha pensato ai seguenti incentivi per il diritto alla riparazione:

– promuovere le riparazioni durante e oltre il periodo di garanzia legale;

– estendere la garanzia legale per i prodotti riparati;

– semplificare l’accesso a pezzi di ricambio e informazioni tecniche per i riparatori indipendenti;

obbligare i produttori a riparare determinati prodotti anche al di fuori della garanzia legale;

– in caso di riparazione impossibile, obbligare i produttori a offrire dispositivi sostitutivi o ricondizionati.

Inoltre, l’Unione europea invita gli Stati membri a fornire piattaforme nazionali online per agevolare la ricerca di riparatori locali e venditori di beni ricondizionati, contribuendo così a garantire una maggiore consapevolezza e trasparenza sulle condizioni di riparazione di ciascun dispositivo.

Recentemente l’Italia ha registrato il
miglior risultato in Europa nell’economia circolare
. Nel corso del 2022, infatti, il Paese ha riciclato l’83,4% della totalità dei rifiuti urbani speciali, un tasso di oltre 30 punti superiore rispetto alla media europea, ferma a 52,6%. Chissà che il Belpaese non possa diventare un modello anche per la riparazione dei prodotti, la nuova, necessaria, frontiera verso un futuro sostenibile.

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(AdnKronos)

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