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“Darò tutto il mio sostegno al nuovo leader”. Il premier britannico Boris Johnson ha annunciato le dimissioni e si appresta a lasciare la guida del governo, con un passo indietro che si concretizzerà quando verrà individuato un nuovo leader. ”Sto per rinunciare al miglior lavoro del mondo”, ha aggiunto, dicendo che ”nessuno è indispensabile”.

Uno sguardo alla sua carriera

Vulcanico ed eccentrico, con la zazzera bionda sempre spettinata, Boris Johnson ha sempre diviso i britannici, suscitando odio ed entusiasmo, ma mai indifferenza. Fra i protagonisti dell’ondata populista in occidente, era salito al potere nel luglio 2019, dopo aver guidato la fronda dei conservatori contro l’ex premier Theresa May, ma ora cade in un altro luglio di rivolta del suo partito e del suo governo.

Johnson era diventato primo ministro il 24 luglio 2019 dopo le dimissioni della May promettendo di portare a buon fine la Brexit. Ed è con questa promessa che ha ottenuto un successo travolgente alle elezioni anticipate che ha voluto nel dicembre dello stesso anno. Ma se l’uscita dall’Ue è avvenuta puntualmente il primo gennaio 2021, non tutto è andato come previsto.

La prima grande emergenza, che ovviamente non ha riguardato solo la Gran Bretagna, è stata il covid. Bojo, come lo hanno soprannominato i media, è stato inizialmente restio a imporre il lockdown, puntando ad una strategia di immunità di gregge. Ma quando si è deciso a imitare gli altri paesi, il virus si era già ampiamente diffuso. Lo stesso Johnson si è ammalato tanto gravemente da dover essere ricoverato, mentre la Gran Bretagna è stata uno dei paesi con il maggior numero di morti. La pandemia ha contribuito a indebolire l’economia, già messa a dura prova dalle difficoltà della transizione verso la Brexit, fra scarsità di beni e problemi logistici. L’elezione di Joe Biden a presidente degli Stati uniti nel novembre 2020, ha inoltre privato Johnson del sostegno dello sconfitto Donald Trump, favorevole ad un accordo commerciale fra Gran Bretagna e Stati Uniti, che ormai appare lontano.

Il covid ha portato a Johnson il successo del rapido avvio di una massiccia campagna di vaccinazione, battendo sul tempo l’Unione Europea da cui era appena uscito. Ma la pandemia è stata anche la cornice del partygate, lo scandalo delle feste a Downing Street mentre il resto del paese era sottoposto ad un rigido lockdown. Johnson ha dovuto scusarsi pubblicamente in aprile, dopo che la polizia gli ha imposto una multa. La vicenda ha minato fortemente la sua popolarità, in un paese già alle prese con il carovita.

Intanto si sono riaccese le tensioni con l’Unione Europea per il protocollo che regola il commercio fra le due Irlande, con Johnson che ha minacciato di cambiare unilateralmente l’accordo che lui stesso aveva firmato con Bruxelles. E sull’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia della campagna per la Brexit, il premier ha portato avanti la proposta, da molti ritenuta bislacca e crudele, di deportare in Ruanda gli immigrati clandestini, senza poi riuscire a metterla in pratica.

Il malcontento popolare è apparso in una serie di sconfitte elettorali per i conservatori, ma Johnson ha resistito a lungo a tutte le pressioni per dimettersi. E intanto ha puntato molto sulla dimensione di statista internazionale, diventando uno dei più decisi sostenitori dell’Ucraina di fronte all’invasione russa. Ai primi di giugno Bojo era sopravvissuto ad un voto di sfiducia interno al partito, ma il 41% dei deputati aveva votato contro di lui. Ma lo scandalo del vice capogruppo conservatore Chris Pincher, da lui nominato malgrado sapesse della sua inclinazione a molestare sessualmente gli uomini, è stato l’ultima ciliegina sulla torta per un leader accusato di scarso rispetto delle regole.

Nato a New York nel giugno 1964, figlio del politico conservatore e scrittore Stanley Johnson, Bojo è stato giornalista e polemista, prima di diventare sindaco di Londra per due mandati, dal 2008 al 2016. Terminato l’incarico, scelse di diventare il principale campione della Brexit in vista del referendum del 2016. La sua verve polemica, così come quelle che molti detrattori considerano palesi distorsioni dei fatti, furono sicuramente uno dei fattori che contribuirono alla vittoria del “Leave”. Ma Johnson non riuscì subito a cogliere i frutti del suo successo. Il partito gli preferì Theresa May come nuovo premier, che lo scelse come ministro degli Esteri. Dopo due anni Bojo lasciò il governo in polemica sulla politica della Brexit. E alla fine prese il posto della sua rivale.

Ma Johnson non è stato al centro dell’attenzione solo come politico. Gaffeur, irriverente, incline ad abbellire la realtà secondo i suoi desideri, ha avuto anche una tumultuosa vita privata con tre mogli e sette figli. L’ultimo divorzio risale al 2018 e l’esuberante Bojo ha sposato l’attuale moglie, Carrie Symonds, quando già era a Downing Street. La coppia ha avuto poi due figli. La loro relazione è sempre stata sotto i riflettori dei media, con polemiche sulle loro vacanze e il costoso rifacimento dell’appartamento privato a Downing Street. Ex capo della comunicazione del partito Conservatore, Symonds ha avuto anche un ruolo nel ridefinire l’immagine del marito premier. E sarebbe stato lo scontro con lei a portare nel novembre 2020 alle dimissioni di Dominc Cummings, architetto della campagna per la Brexit e stretto consigliere di Johnson. Proprio Cummings ha poi contribuito alle rivelazioni sul partygate.

(AdnKronos)

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