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Il gruppo islamista chiede il rilascio di 2.200 prigionieri per 10 ostaggi. Cresce la pressione internazionale sulla crisi umanitaria a Gaza. Macron annuncia il riconoscimento dello Stato di Palestina all’ONU

I negoziati in corso a Doha, in Qatar, per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza subiscono una nuova battuta d’arresto. Dopo la risposta ufficiale di Hamas trasmessa ai mediatori qatarini ed egiziani, Israele ha deciso di richiamare la propria delegazione per consultazioni. A poche ore di distanza, anche gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro del proprio team negoziale dalla capitale del Golfo.

Il primo a lasciare il tavolo è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha motivato la decisione con un netto rifiuto alle richieste avanzate da Hamas. “Se Hamas interpreta la nostra disponibilità a negoziare come un segno di debolezza, si sbaglia di grosso. Non cederemo a condizioni che metterebbero Israele in pericolo”, ha dichiarato il primo ministro, ribadendo che l’obiettivo rimane “riportare tutti gli ostaggi a casa”.

Witkoff: “Hamas non agisce in buona fede”

Anche Steve Witkoff, inviato speciale dell’ex presidente Donald Trump, ha confermato su X il rientro della delegazione americana, definendo la posizione di Hamasvergognosa”. “Mentre i mediatori si sono impegnati seriamente, Hamas ha mostrato di non avere reale intenzione di raggiungere un cessate il fuoco. Ora valuteremo opzioni alternative per liberare gli ostaggi e favorire un ambiente più stabile a Gaza”, ha dichiarato Witkoff, sottolineando l’impegno americano per una pace duratura.

Richieste e tensioni: il nodo prigionieri e le garanzie

La risposta di Hamas, comunicata nella notte tra mercoledì e giovedì, ha riaperto uno dei punti più controversi: lo scambio di prigionieri. Secondo quanto riferito da una fonte israeliana al giornalista di Axios Barak Ravid, Hamas avrebbe chiesto il rilascio di 200 detenuti condannati all’ergastolo per omicidio di israeliani e di altri 2.000 arrestati dopo il 7 ottobre, in cambio di 10 ostaggi israeliani vivi. Nella proposta precedentemente accettata da Israele, i numeri erano sensibilmente inferiori: 125 condannati all’ergastolo e 1.200 detenuti post-7 ottobre.

La richiesta è stata definita “inaccettabile” da alti funzionari israeliani, anche se considerata “una posizione iniziale” e non definitiva. Parallelamente, una fonte palestinese citata dall’agenzia AFP ha indicato che le richieste principali di Hamas riguardano il pieno accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e il ritiro dell’esercito israeliano.

Un altro nodo riguarda le garanzie per una fine permanente della guerra. Hamas insiste per l’inclusione scritta di tali clausole, dopo che le precedenti erano state fornite solo oralmente. Secondo Ynet, il gruppo islamista chiede anche che la gestione degli aiuti torni sotto controllo delle Nazioni Unite, ponendo un interrogativo sulla sorte della contestata Fondazione umanitaria di Gaza, sostenuta da Israele e Stati Uniti.

Escalation verbale nel governo israeliano

A complicare il quadro, le dichiarazioni incendiarie del ministro del Patrimonio, Amihai Eliyahu, dell’ala ultranazionalista del governo Netanyahu. “Tutta Gaza sarà ebraica. Stiamo estirpando questo male”, ha affermato in un post rilanciato dal giornalista Barak Ravid. Parole che rischiano di indebolire ulteriormente le prospettive di una soluzione politica e diplomatica.

Emergenza umanitaria: la fame uccide a Gaza

Mentre la diplomazia si arena, la crisi umanitaria a Gaza si aggrava. Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute locale, gestito da Hamas, nelle ultime 24 ore due persone sono morte per fame. Il bilancio totale delle vittime per denutrizione e malnutrizione sale così a 113 dall’inizio del conflitto.

Il premier britannico Keir Starmer ha definito la situazione “intollerabile” e ha annunciato per domani una telefonata di emergenza con i leader di Francia e Germania per “fare pressioni su Israele affinché consenta l’accesso immediato degli aiuti” e “porre fine alle uccisioni”.

Francia: Macron annuncia il riconoscimento dello Stato di Palestina

In un passaggio significativo, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia riconoscerà ufficialmente lo Stato di Palestina all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di settembre. “Fedele al nostro impegno per una pace giusta e duratura, farò l’annuncio solenne a New York”, ha scritto su X e Instagram.

Una decisione destinata ad avere un forte impatto diplomatico, che arriva mentre l’Europa discute sul ruolo che può e deve assumere per favorire una soluzione a due Stati, oggi ancora lontana.

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(con fonte AdnKronos)

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