Trump pronto ad aiutare i manifestanti, Teheran minaccia ritorsioni contro Usa e Israele
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Il presidente Usa rilancia il sostegno alle proteste iraniane, mentre il Parlamento di Teheran avverte: a un eventuale attacco americano colpiremo Israele e le basi statunitensi nella regione
La crisi in Iran entra in una fase di forte escalation politica e diplomatica. Dopo il messaggio pubblicato da Donald Trump sul social Truth, in cui il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che Washington “è pronta ad aiutare” i manifestanti, è arrivata la risposta di Teheran. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che un eventuale attacco americano potrebbe spingere l’Iran a colpire Israele e le basi militari statunitensi nella regione, considerate “obiettivi legittimi”.
Le parole di Trump arrivano in un momento in cui la repressione delle proteste in Iran resta molto dura. Testimonianze raccolte da media internazionali parlano di violenze diffuse e di ospedali sotto pressione. In un’intervista radiofonica, il presidente Usa ha ribadito che gli Stati Uniti potrebbero “colpire molto forte” qualora le autorità iraniane iniziassero a uccidere i manifestanti, rafforzando l’idea che la Casa Bianca stia valutando scenari di intervento.
A sostenere questa lettura contribuiscono anche le dichiarazioni del senatore repubblicano Lindsey Graham, che in un post ha espresso solidarietà ai manifestanti iraniani, parlando di un possibile cambiamento imminente. Nelle stesse ore, il Wall Street Journal ha riferito che l’amministrazione statunitense avrebbe avviato “discussioni preliminari” su un possibile attacco, con colloqui concentrati sulla selezione di potenziali obiettivi militari e sull’ipotesi di un’azione aerea su larga scala. Il quotidiano ha tuttavia precisato che non risultano mobilitazioni di mezzi o personale e che non vi sono segnali immediati di un’operazione.
Sul fronte interno iraniano, la Human Rights Activists News Agency, citata da Cnn, ha aggiornato il bilancio delle vittime ad almeno 116 morti e oltre 2.600 arresti, numeri che potrebbero essere sottostimati a causa del blackout nazionale di internet in vigore da più di 60 ore. Le proteste, iniziate a fine dicembre per ragioni economiche, si sono estese a oltre cento città. Diversi testimoni hanno riferito di scontri violenti nelle strade di Teheran e di un uso intensivo della forza da parte delle autorità.
Il procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi Azad ha ribadito la linea dura, avvertendo che i manifestanti potranno essere perseguiti come “nemici di Dio”, un’accusa che in Iran può comportare la pena di morte. Parallelamente, il governo continua ad accusare Stati Uniti e Israele di alimentare le proteste dall’esterno.
Israele, secondo quanto riportato da Ha’aretz, resta in stato di massima allerta per la possibilità di un intervento americano.
L’evoluzione della crisi dipenderà ora dalle prossime mosse diplomatiche o dalle scelte operative degli Stati Uniti, mentre la situazione interna iraniana resta segnata da proteste diffuse e da un clima di forte instabilità.
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(con fonte AdnKronos)
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