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La lotta, le manovre e il merito per la nomina di capo della Marina

Non c’è bisogno di richiamare Darwin che postulava la lotta per la sopravvivenza in rapporto all’ambiente, in quanto, senza esagerare, non si rinviene il rischio di estinzione della nostra specie, ma l’attuale situazione della nomina del futuro Capo di Stato Maggiore della Marina è quanto mai caratterizzata se non da una guerra, certamente da una lotta aspra per la scelta finale condotta non tanto dai candidati ma da vari attori sovraordinati allo scopo ultimo di ottenere il riconoscimento del proprio potere, più o meno trasparente, sugli altri.  In effetti siccome si tratta di scegliere fra 4 cavalli di razza, quattro Ammiragli di grandi doti, perché per fortuna la rosa degli aspiranti è di altissimo profilo, sussiste comunque il rischio che a determinare la scelta e ad imporre un nome vs un altro, sia più che una mera valutazione in rapporto ai criteri del merito, cioè delle capacità individuali, una scelta in qualche misura influenzata da spinte esogene determinanti dovute a particolari interessi politici, a familismi oppure a interessi di bottega che nulla hanno a che fare con la meritocrazia individuale. D’altronde è ben noto che la valutazione del peso ponderale del merito richiede un’analisi obiettiva dei valori in gioco ed una capacità discriminatoria spesso manchevole nei giudicanti che si basano più sulla conoscenza individuale, sulle segnalazioni ricevute e sui pareri che vengono dall’alto: il disinteresse per il merito in quanto tale, in tutti gli ambiti, è diventato una patologia così grave da trasformare il Dna della società civile con forme deviate di nomine spesso sbagliate quanto immeritate.
Se, di certo, non è un difetto voler vincere la lotta, volersi far valere, voler raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissi, per contro la voglia di primeggiare fine a sé stessa è dannosa come la pervicacia e la sete di un successo da ottenere ad ogni costo, soprattutto mettendo in atto manovre subdole e intrighi per screditare gli avversari, anche barando. Ma chi ha talento, anche secondo il Vangelo, deve metterlo a frutto; si tratta di una potenzialità e insieme una capacità, una dote che abbinata con il merito di un individuo deve primeggiare e per la quale esiste il sacrosanto diritto di lottare affinché abbia successo il migliore e non chi starnazza e cerca appoggi di vario e discutibile genere per sopperire al talento-merito in cui costoro, evidentemente, scarseggiano.
In tal senso è innanzitutto necessaria una vera rivoluzione con delle modifiche sostanziali alla attuale legge sull’avanzamento, la famigerata 490/1997, circa la valutazione del merito, e dei talenti autentici, per l’avanzamento e per finire con l’accesso alle nomine di Vertice; si dovrà, fra l’altro, riportare quella invocata equità nei giudizi degli Ufficiali basandosi sui meriti (ora si basa sui demeriti o penalità che è un paradosso in termini…) evitando di considerare segnalazioni, conoscenze trasversali e raccomandazioni, e forme di potere assoluto dei Capi. Nel contempo non deve essere considerato prioritario l’aver svolto – occorso spesso nel recente passato –  incarichi, come al Gabinetto del ministro  o Consiglieri di qualche politico che, pur di rilievo, sono compiti privi di qualsivoglia responsabilità diretta a fronte di Ufficiali che svolgono invece compiti gravidi di impegni e attribuzioni, come il Comando di dispositivi navali o altri, ma che non hanno – ahimè – la fortuna di “stare vicino al sole”.
Esiste perciò la sacrosanta necessità, per una questione di giustezza e trasparenza, di riscrivere le regole che soffocano il merito ed il talento, spesso sacrificati e mistificati da strambe consuetudini e improprie valorizzazioni. Né si può minimamente accettare che, attraverso lo strumento dei social o Internet e tanto meno dei media, si assista a vere e proprie forme di sponsorizzazione e di speculazione di alcuni a danno di altri, da parte di chicchessia; se poi ad intervenire, come pare da alcuni recenti articoli, sono rappresentanti del COCER, la rappresentanza militare, siamo di fronte ad un inaccettabile sconfinamento di quei propri compiti che esulano, sia come singoli che come gruppo, da ogni qualsivoglia competenza all’argomento.
A farla “fuori dal vaso”, anche in questo frangente e non si sa per quale recondito motivo, è stato, pare, proprio il COCER o qualche esimio suo delegato, schierandosi inopinatamente a favore di alcuni candidati, senza considerare che quelle “uscite” sono comunque censurabili in quanto travalicano le loro competenze; come può un tizio, per di più Sottufficiale, sindacare e far sentire la sua voce in merito a valutazioni di persone con “greca e tre stelle” di cui non conosce nulla se non per sentito dire o per simpatia? Le questioni relative agli avanzamenti nel merito sono materia di esclusiva competenza delle Commissioni a ciò preposte, così come le nomine sono prerogative dei Vertici, non certo di soggetti che appartenendo ad organismi di rappresentanza o pseudo-sindacalizzati pensano di esercitare un potere illimitato anche in tali riguardi; non ci sarà da meravigliarci se qualcuno di questi, magari individualmente e con un approccio parallelo al COCER, avrà l’ardire di entrare in futuro pure nel merito delle decisioni operative, di impiego delle FFAA nei teatri e via dicendo.
Pare quindi opportuno un consiglio alla Ministra vista la sua sensibilità e apertura verso forme di “sindacalizzazione” nell’ambito della Difesa: è giusto dar voce per correggere storture o far emergere questioni a tutela del militare cercando di migliorare la comunicazione e in sostanza il rapporto trasparente fra i ranghi, ma è essenziale che i delegati del COCER o simili neo-organismi non siano politicizzati e manovrati demagogicamente, abbiano una personalità del tutto equilibrata e non svolgano il loro compito con lo scopo di togliersi “sassolini dalle scarpe”. Debbono perciò essere individui di primo livello sotto il profilo morale e caratteriale, e ben consci del loro compito, dei limiti connessi con il loro ruolo, senza improprie invasioni di campo, sempre intollerabili. Anche il concetto della loro immunità va rivisto perché trattandosi pur sempre di militari, qualora nel loro agire si ravvedano infrazioni disciplinari, ne debbono sopportare le conseguenze come tutti gli altri, compreso il criterio della loro inamovibilità che andrebbe completamente rivisitato a fronte di particolari comportamenti o necessità di impiego altrove.
In buona sostanza costoro non possono sentirsi “unti dal Signore” e pensare di essere degli intoccabili secondo l’aberrante concezione per cui gli appartenenti ad un qualsivoglia gruppo militare rispondono solo, o in modo quasi esclusivo a certe leggi o consuetudini interne al gruppo stesso, spesso in contraddizione con le norme Statutarie di quell’organismo e delle FFAA: certe regole più o meno legittimate nel tempo da etiche individuali non consone finiscono per ampliare surrettiziamente il loro potere, e la mania di protagonismo, premiando il conformismo ed al tempo stesso il “guasconismo”, oggi assai di moda (il riferimento al caso del generale Riccò e alle proteste dei 3 ex-generali AMI col rifiuto all’invito alla parata del 2 giugno u.s. emergono di getto…). Quelle mosse, finalizzate a sminuire la Difesa ed i suoi Vertici, in particolare quello politico, sottendono forme di partigianeria e, sotto sotto, di opposizione politica inaccettabile, ma anche di scarsa onestà intellettuale e di servilismo-opportunismo del momento che finiscono – perché tale è il vero obiettivo – per intaccare in maniera subdola e strumentale la reputazione di alcuni candidati a favore di altri, con nocumento al prestigio stesso della Difesa, nella sua interezza.
Tali mosse contengono spesso veleni artatamente confezionati, con finalità palesemente ingannevoli, e servono anche a scoraggiare allo stesso tempo gli sforzi individuali, l’aspirazione e la voglia di fare dei più ligi ed onesti, annichilendone il merito ed il vero talento che, vivaddio, non hanno certo bisogno di spinte o prese di posizioni insensate.
E’ quindi necessario che il nuovo “disegno sindacale” avviato di recente tenga debito conto di quei limiti e ponga in essere, in parallelo con la revisione della summenzionata Legge sull’Avanzamento, precise regole e limitazioni nel mandato dei delegati per evitare derive personalizzate e speculazioni indebite, come nel caso in specie.
Al di là di queste considerazioni sull’etica di alcuni “ex” che non solo si sono “svegliati in ritardo ma in modo errato e surrettizio” e delle improvvide esternazioni di rappresentanti del COCER,  sta di fatto che almeno vanno salvaguardate alcune prescrizioni da applicare nello statuto della futura “sindacalizzazione”; di più, anche la situazione delle attuali nomine richiede alcune ulteriori riflessioni.
Chi deve decidere sull’importante nomina di Capo della Marina a partire dal prossimo 22 giugno dovrebbe innanzitutto svestirsi del colore politico, valutare nel profondo gli elementi professionali, caratteriali e morali dei candidati, considerando certamente i riconoscimenti e gli encomi conseguiti negli incarichi svolti ma con uno sguardo obiettivo a “come Lui potrà svolgere” l’incarico successivo; siccome si tratta di Ammiragli in possesso di eminenti qualità e giudicati tutti eccellenti, diventa assai difficile valutare il migliore. Bandire le segnalazioni è un “must” e procedere con l’esame dei meriti autentici e dei talenti dovrebbe essere del tutto ovvio e naturale, ma non basta per avere un giudizio esaustivo, a tutto tondo. Che fare allora? Bisognerebbe avere il coraggio morale di avere una valutazione non solo “top-down”, ma “bottom-up”, cioè non limitarsi a considerare le valutazioni fatte dai superiori gerarchici, ma richiedere anche una valutazione dal basso, dal personale dipendente alla stessa stregua di ciò che fa la Chiesa, ed il Vaticano da duemila anni, per la nomina e la carriera dei vari prelati: tale valutazione dovrebbe sciogliere quei dubbi e capire chi opera con carisma e tenendo nella massima considerazione il proprio” equipaggio”, secondo i canoni del mondo militare e senza melina, rispetto a coloro che sono proni ai superiori ma cinicamente non si curano del proprio personale, senza quindi una vera ed autentica leadership.
Basterebbe formulare ai vari equipaggi una sola domanda “andresti in guerra con quell’Ammiraglio o no?”: da quella risposta si capirebbe il carisma, l’onestà, la leadership e la stima, quella corale esistente, ma potrebbe essere anche lo specchio del contrario riflesso della personalità dei concorrenti, del loro carente coraggio morale, del loro servilismo da “yes man” nei confronti degli alti gradi, e della scarsa considerazione o del cinismo nella gestione dei sottoposti.
Che i nostri Capi siano illuminati nella scelta dell’uomo migliore, scevro da interessi personali, totalmente dedito al servizio della collettività, avulso da ogni manovra di palazzo e da insani poteri che pescano nel torbido; è essenziale quindi individuare l’Ufficiale più idoneo, quello più adatto per una carica così importante al Vertice della Marina, anche per il bene del Paese.
La Marina, a cui formuliamo ogni possibile augurio in quanto proprio oggi celebra la sua Festa in quel di Taranto, potrà così garantire di tenere alto il morale e la motivazione dei propri Marinai  che continueranno ad operare come da tradizione con alto senso del dovere e abnegazione: loro sono l’essenza della Forza Armata e pertanto meritano di essere capitanati da un Ammiraglio che sappia condurli con l’esempio, con grande professionalità ed onestà, consapevoli che anche nei casi difficili saprà e vorrà tutelarli.
In definitiva si tratta di non cadere vittima di quel “mal di merito” così invasivo, pernicioso e pervasivo nella nostra società; bisogna trovare la terapia più corretta, ma è essenziale guarire cominciando a fare, fin d’ora, semplicemente ed onestamente la “cosa giusta”, senza condizionamenti sia che provengano da indirizzi opinabili dei Vertici militari, ma anche di inattesi “baratti” del Governo, sia dall’alto del Colle… o dall’alto dei Cieli!

Giuseppe Lertora

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