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Reddito cittadinanza, taglio assegno dopo primo ‘no’ a lavoro




Il governo conferma l’impianto del Reddito di cittadinanza per il 2022 e vincola l’avvio del decalage dell’assegno al primo rifiuto di un lavoro congruo, e non più automaticamente dal sesto mese, legando il taglio all’introduzione di meccanismi di controllo con cui accertare che il beneficiario abbia effettivamente accettato o rifiutato l’offerta di lavoro seguito dalla revoca del beneficio di fronte ad un secondo rifiuto. Il via libera è arrivato al termine del vertice questa mattina tra il premier Mario Draghi, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, il capo delegazione M5S al governo Stefano Patuanelli, il ministro della Pa, Renato Brunetta e il Mef.

Una decisione importante anche per i 5 stelle: “Per noi era fondamentale che il decalage partisse da un elemento di decisione presa dal percettore e non in modo automatico perché è chiaro che puntiamo a ricollocare tutte le persone che sono occupabili, che hanno accesso al Reddito di cittadinanza e non in modo automatico”, ha commentato subito Patuanelli. Il fronte Rdc comunque resta un fronte politicamente caldo. La Lega rinnova ancora oggi le sue critiche “agli sprechi legati al Rdc” in favore invece di un taglio delle tasse, come ribadisce il leader Matteo Salvini mentre Fratelli d’Italia conferma la sua netta opposizione alla scelta del governo di rifinanziare lo strumento anti povertà e avanza una proposta: “Sarebbe più serio se all’atto di richiesta del reddito di cittadinanza da parte del cittadino, dopo aver fatto quelle verifiche che finora non sono state fatte adeguatamente, lo Stato si prendesse tre mesi di tempo prima di darlo, sfruttando questo periodo per fare proposte di lavoro”, spiega il leader Giorgia Meloni.

Intanto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha presentato le conclusioni del Comitato Scientifico guidato da Chiara Saraceno. Un pacchetto di proposte che disegnano una vera e propria riforma del Reddito di cittadinanza che non sarà trasformato in un Ddl ma spacchettato e sottoposto al confronto con le altre forze politiche. “Valuteremo quali potranno essere le proposte che potranno marciare più fluidamente e altre che hanno un contenuto più divisivo e le rimetteremo al Parlamento”, spiega professando un certo ottimismo sulla possibilità di agganciare alcune modifiche al ddl di bilancio, almeno quelle “che incrociano alcuni temi già presenti nella manovra e possono essere utili per definire nel dettaglio alcune scelte già compiute”.

Si lascerà invece alla valutazione delle forze politiche le proposte con una valenza politica più impattante: “Mi auguro che quelle del centrosinistra condividano l’impianto delle proposte, ma è una verifica ancora tutta da fare”, dice ancora Orlando che annota come il Comitato abbia ha presentato un’analisi elaborata su basi scientifiche esprimendo cioè “un dover essere”. “Quello che poi la politica riuscirà a tradurre in concreto è un altro paio di maniche ma è giusto aver un punto di riferimento su quello che sarebbe un Reddito di Cittadinanza in grado di traguardare gli scopi indicati dalla legge, conclude”.

Dieci le proposte messe a terra dal Comitato dopo mesi di lavoro. D’altra parte, come spiega la sociologa Chiara Saraceno, che ha guidato il pool di tecnici, “non sembra che questa manovra abbia riformato il Reddito di cittadinanza ma semplicemente irrigidito un po’ i controlli e in parte anche le condizioni di accesso”.

“Per noi va benissimo aumentare i controlli ex ante, non siamo assolutamente contrari, pensiamo che ci sia una sopravvalutazione del rifiuto del lavoro da parte dei beneficiari dell’Rdc , una sopravvalutazione non fondata su elementi empirci certi. Quello che però non funziona sono i Cpi: non sappiamo quante domande di lavoro siano state fatte e quante siano state rifiutate ma sappiamo che sono relativamente poche le persone prese in carico. E da qui dobbiamo partire”, spiega ancora sollecitando anche un maggior collegamento tra domanda di lavoro e un’adeguata capacità di chi chiede. “La denuncia di imprese che non trovano lavoratori sono per lo più per occupazioni molto specializzate che sicuramente non riguardano le competenze dei beneficiari”, aggiunge.

Tra i punti da revisionare, secondo il Comitato, i criteri di accesso per gli immigrati: portare da 10 a 5 anni la residenza necessaria per beneficiare dell’Rdc. Un intervento a basso costo, 300 mln l’anno con cui sollevare circa 68mila famiglie dalla povertà “con il rischio che la loro situazione peggiori in modo irreversibile laddove un aiuto più tempestivo potrebbe prevenire l’avvio di traiettorie verso l’esclusione sociale, quando non la devianza”. E ancora, ridurre la soglia di partenza per i nuclei di 1 persona da 6.000 a 5.400 euro e differenziare il contributo per l’affitto in base alla dimensione del nucleo familiare.

Nella riforma Saraceno anche una considerazione del patrimonio mobiliare in modo più flessibile’ prevedendo che una parte di esso, circa 4mila euro per un single, non sia liquidabile in “quanto costituisce un cuscinetto di riserva per le famiglie”. Inoltre occorrerebbe promuovere le assunzioni dei percettori di Rdc , con contratto a tempo indeterminato con orario parziale, o con contratto a tempo determinato purché con orario pieno e di durata almeno annuale, prevedendo incentivi per i datori di lavoro e il rafforzamento “dei patti per inclusione e l’attuazione di progetti di utilità collettiva”. Infine il Comitato prevede di “richiedere la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro solo dopo l’indirizzamento ai Cpi e ai servizi sociali e solo a coloro che sono indirizzati (o reindirizzati successivamente) ai primi”.

La norma attuale, infatti, secondo cui per ricevere il RdC tutti i beneficiari adulti devono effettuare una dichiarazione di disponibilità immediata al lavoro (Did) indipendentemente dal fatto che come singoli o come famiglia siano poi effettivamente indirizzati ai Cpi o invece ai servizi sociali, si sovrappone a quello di sottoscrivere un patto di inclusione e crea confusione.

(AdnKronos)

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