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Solo 2 atenei italiani su 92 hanno una donna nella posizione di Direttore Generale e di Rettore, le due cariche di vertice. Sono invece 59 gli atenei in cui coesistono due uomini nelle cariche di Dg e Rettore.

È quanto emerge dal quinto report di Discovery, la banca dati di Talents Venture dal titolo “Parità di genere. Dai corsi di laurea alla governance degli atenei”, dove si sottolinea come più si va in alto nella piramide gerarchica interna agli atenei, minore è la presenza di donne rispetto ai colleghi uomini.

“Sebbene negli ultimi anni la presenza di donne ai vertici dell’organico accademico stia aumentando, siamo ancora lontani da una vera parità di genere. Complici alcuni fattori storici, generazionali e culturali, le donne, nonostante rappresentino la maggioranza delle lauree, sono ancora sottorappresentate nelle più alte cariche degli atenei italiani”, dichiara Pier Giorgio Bianchi, Ceo e Co-Founder di Talents Venture.

La presenza femminile nel mondo universitario

Nel 2022 le donne hanno rappresentato il 57% di chi ha conseguito la laurea. Alcuni atenei spiccano per partecipazione femminile: Siena Stranieri (in cui le laureate sono l’87% di chi consegue la laurea), Reggio Calabria – Dante Alighieri (87%) e Napoli Benincasa (86%). Gli atenei più sbilanciati verso gli uomini sono invece Link Campus (72% di laureati uomini), il Politecnico di Torino (69%) e Roma Foro Italico (68%).

Un aspetto particolarmente interessante in relazione al mercato del lavoro riguarda la presenza femminile nei corsi Stem (Science, technology, engineering and mathematics), che offrono le migliori prospettive di occupazione. Dal rapporto risulta ancora eccessivamente ridotta la presenza femminile nei corsi che formano questo tipo di competenze. In particolare, nei corsi in informatica e Tecnologie Ict (information and communications technology) le donne rappresentano il 17% dei laureati, e nei corsi ingegneristici il 26% (appena il 12% nei corsi di laurea magistrale in Ingegneria meccanica).

Tra chi consegue il dottorato di ricerca, la partecipazione femminile diminuisce significativamente: le donne rappresentano il 49% dei neo-dottori di ricerca, contro il 57% di chi consegue la laurea.

Salendo nella piramide universitaria, la disparità di genere si acuisce: le donne rappresentano solo il 41% del personale accademico. Più nello specifico sono donne il 50% tra i ricercatori a tempo indeterminato, il 41% tra i professori di seconda fascia e appena il 26% tra i professori di prima fascia.

Sotto il profilo della governance, solo 11 atenei su 92 hanno una Rettrice, il 12% del totale. E tra questi, solo due atenei hanno una donna a ricoprire sia la carica di Direttrice generale che di Rettrice, ovvero La Sapienza di Roma e l’Università della Valle D’Aosta. Al contrario, in 59 Università entrambe le cariche di vertice sono ricoperte da un uomo.

Talents Venture ha creato l’Indice Globale di Parità di Genere (Igpg), una misura sintetica pensata per valutare il bilanciamento di genere complessivo di ciascun ateneo. L’indice è calcolato sulla base delle quote di donne e uomini in 4 categorie: laureati, dottori di ricerca, personale docente e personale tecnico/amministrativo. Di seguito viene riportata la classifica dei tre atenei con il maggiore e il minore Igpg, ripartiti per dimensioni dell’ateneo. Nella classifica, l’Università degli Studi di Messina emerge come l’ateneo italiano con il più alto valore dell’Indice Globale di Parità di Genere.

Differenze salariali di genere

Le disparità non si riflettono solo sulla presenza, ma anche sugli stipendi delle donne in ambito accademico. Nonostante, come visto, rappresentino la maggioranza dei laureati, nell’ingresso nel mercato del lavoro le donne sono penalizzate in termini salariali a prescindere dalla materia in cui conseguono il titolo: la retribuzione media mensile netta a un anno dalla laurea magistrale (specialistica o ciclo unico) degli uomini è di 1.485 euro, quella delle donne di 1.283 euro.

Il rapporto sottolinea che non esiste neppure una sola materia in cui le differenze salariali non penalizzano le laureate. Le differenze salariali più marcate si registrano tra laureati e laureate in ambito “Psicologico” e “Politico-Sociale e Comunicazione”, in cui, a un anno dalla laurea, le donne percepiscono in media un salario più basso del 15% rispetto a quello dei colleghi uomini.

Dunque, c’è ancora tanto da fare per ridurre la disparità di genere in ambito accademico. A tal fine Carlo Valdes, Economista e Business Data Manager che ha coordinato il rapporto di Talents Venture indica due strategie operative: “La prima è aumentare la partecipazione delle donne ai corsi di laurea Stem, studiando apposite iniziative di orientamento di primo livello nelle scuole superiori. La seconda è migliorare i risultati occupazionali dei corsi ad elevata partecipazione femminile (in particolare, quelli nelle materie dell’educazione, della formazione e della psicologia). Per farlo – conclude Valdes – occorre studiare appositi accordi con le imprese e assicurare che in questi corsi vengano impartiti insegnamenti moderni e orientati al lavoro, in grado di assicurare alle neo-laureate maggiore potere contrattuale nell’ingresso nel mercato del lavoro”.

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(AdnKronos)


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