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L’accordo tra Bukele e Washington trasforma il Paese centroamericano in una prigione su commissione per migranti e criminali espulsi dagli USA

Gli Stati Uniti hanno trovato una soluzione creativa per alleggerire le proprie carceri: esportare criminali e migranti clandestini direttamente in El Salvador. In cambio di un compenso “relativamente basso” per Washington ma “significativo” per San Salvador, il presidente Nayib Bukele ha dichiarato “trionfalmente” di aver accettato di accogliere nelle proprie strutture detentive gli espulsi dall’America. Un affare che, a sentire i protagonisti, conviene a tutti.

L’accordo è stato firmato dal segretario di Stato americano Marco Rubio durante la sua visita a San Salvador e prevede il trasferimento in El Salvador non solo dei membri della famigerata gang MS-13 presenti illegalmente negli Stati Uniti, ma anche criminali provenienti da altri Paesi, tra cui quelli affiliati alla banda venezuelana Tren de Aragua.

Bukele, noto per la sua gestione muscolare della criminalità, ha annunciato l’intesa con il suo solito stile diretto: “Abbiamo offerto agli Stati Uniti l’opportunità di esternalizzare parte del loro sistema carcerario”. Tradotto: Washington paga, San Salvador incarcera. E non finisce qui.

Un business penitenziario su scala internazionale

Se da un lato gli Stati Uniti risolvono parte del problema della sovrappopolazione carceraria e dell’immigrazione clandestina, dall’altro El Salvador ottiene fondi per mantenere il proprio sistema detentivo, che negli ultimi anni ha visto un’escalation senza precedenti di arresti di massa. Con oltre 70.000 presunti membri di gang già dietro le sbarre, le prigioni salvadoregne stanno diventando vere e proprie cittadelle dell’ordine, dove i detenuti passano le giornate tra sorveglianza armata e totale assenza di diritti.

Ma i vantaggi per Bukele non si fermano ai finanziamenti. Gli Stati Uniti hanno infatti concesso una deroga che sblocca assistenza economica per rafforzare il controllo delle frontiere e delle forze di sicurezza salvadoregne. Un aiuto che permetterà al governo di San Salvador di migliorare i sistemi di sorveglianza, monitorare i flussi migratori sospetti e cooperare più strettamente con le autorità statunitensi.

Trump, Bukele e l’asse della sicurezza

L’intesa tra Washington e San Salvador segna un ulteriore rafforzamento dei legami tra Bukele e Donald Trump. Il presidente salvadoregno è stato tra i pochi leader stranieri invitati alla cerimonia di insediamento del tycoon lo scorso 20 gennaio, e questo accordo conferma la sintonia tra i due sul tema della sicurezza.

La portavoce del Dipartimento di Stato, Tammy Bruce, ha parlato di “un’intesa senza precedenti” per contrastare l’immigrazione illegale di massa, che sta mettendo sotto pressione i confini degli Stati Uniti. Le autorità salvadoregne, dal canto loro, si sono dette pronte ad arrestare chiunque rientri nella categoria di “migrante criminale”, indipendentemente dalla nazionalità.

Un esperimento discutibile

Mentre Bukele celebra il nuovo ruolo di El Salvador come hub carcerario internazionale, sorgono domande sul destino dei detenuti e sul rispetto dei diritti umani. Le carceri del Paese sono già al centro di critiche per le condizioni estreme in cui sono detenuti i prigionieri, spesso senza processo e in situazioni di sovraffollamento estremo.

Per gli Stati Uniti, l’accordo rappresenta una soluzione pratica per gestire la pressione migratoria senza affrontare le complessità interne della riforma del sistema giudiziario e dell’immigrazione. Per Bukele, invece, è un’opportunità per rafforzare la sua immagine di leader inflessibile sulla sicurezza, facendo cassa nel frattempo.

In definitiva, un perfetto esempio di diplomazia pragmatica: gli USA mandano i loro problemi all’estero, El Salvador incassa e incarcera. Resta solo da vedere se questo modello funzionerà o se si trasformerà in un boomerang per entrambi.

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(con fonte AdnKronos)

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