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Luciano Benetton e il ponte Morandi: la lettera della vergogna

Mentre si apprende che il Governo Conte bis sta valutando la delegificazione della legge “Salva Benetton” del Governo Berlusconi, del 2008, che stabilisce una penale direttamente proporzionale alla durata residua del contratto in caso di rescissione unilaterale da parte dello Stato, e che avrebbe addirittura l’entità – come abbiamo scritto – di un’intera manovra finanziaria, Luciano Benetton è improvvisamente uscito allo scoperto, dopo essere rimasto vilmente in un glaciale silenzio per più di un anno e tre mesi, tanto da far pensare ad un’imminente, clamorosa iniziativa della Procura della Repubblica di Genova.

Lo fa con una lettera a La Repubblica, alla quale il direttore Carlo Verdelli non ha ritenuto opportuno rispondere direttamente.

La missiva comincia con una clamorosa bugia: “nessun componente la famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade”, quando è evidente che, con il 30% di azionariato di maggioranza, lo ha fatto e lo fa.

“Le notizie di questi giorni – piange Luciano Benetton – su omessi controlli, su sensori guasti non rinnovati o falsi report, ci colpiscono e ci sorprendono in modo grave, allo stesso modo in cui colpiscono e sorprendono l’opinione pubblica”. Dove c’è da chiedersi come mai si svegli proprio oggi, dopo lo stillicidio di notizie di questo tenore dall’indomani del crollo del ponte Morandi in poi e come osi paragonare la propria condizione più che privilegiata a quella dello più sprovveduto dei cittadini.

Poi spara grosso: “Come famiglia Benetton ci riteniamo parte lesa. Di sicuro ci assumiamo la responsabilità di aver contribuito ad avvallare [sic] la definizione di un management che si è dimostrato non idoneo, un management che ha avuto pieni poteri e la totale fiducia degli azionisti e di mio fratello Gilberto [deceduto il 22 Ottobre 2018, ndr] che per come era abituato a lavorare, di sicuro ha posto la sicurezza e la reputazione dell’azienda davanti a qualunque altro obiettivo. Sognava che saremmo stati i migliori nelle infrastrutture”, prosegue contraddicendosi quanto a responsabilità e scaricandole cinicamente su chi non può più risponderne.

Quindi se la prende con la “campagna di odio” scatenata contro la sua famiglia in particolare da Luigi Di Maio, che la addita “come fosse collusa nell’aver deciso scientemente di risparmiare sugli investimenti in manutenzioni”: e chi, se non la famiglia, poteva deciderlo e dare direttive in proposito?

“Non cerco giustificazioni”, prosegue giustificandosi: “da quanto sembra [sic] l’organizzazione di Autostrade si è dimostrata non all’altezza, non è stato mantenuto il controllo necessario su tutti i settori di un sistema così complesso. Una struttura è fatta da uomini e qualche mela marcia può celarsi dappertutto”.
Non lo coglie proprio il sospetto che tra quelle mele marce possano esserci anche lui ed il fratello Carlo.

E alla fine fa proprio lo gnorri: “a chi giova mettere a rischio le strutture? A chi? Per risparmiare cosa?”
“È una domanda a cui non riesco a rispondere”. Se non ci riesce lui…

Giancarlo De Palo

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