Periti confermano: Alessia Pifferi era capace di intendere e volere
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Nel processo d’appello per la morte della piccola Diana, gli esperti escludono l’infermità mentale della mamma Alessia Pifferi e parlano di fragilità emotive non invalidanti
Nel processo d’appello a Milano per Alessia Pifferi, condannata in primo grado all’ergastolo per aver lasciato morire di stenti la figlia Diana di 18 mesi, i periti nominati dalla Corte d’Assise d’Appello hanno confermato che l’imputata era pienamente capace di intendere e di volere.
Lo psichiatra Giacomo Francesco Filippini ha spiegato che Pifferi presenta “esiti in età adulta di disturbo del neurosviluppo, con residua fragilità cognitiva settoriale e immaturità affettiva”, ma senza alterazioni tali da compromettere le sue scelte. “I disturbi che riconosciamo non hanno condizionato in modo pervasivo la sua capacità – ha chiarito – si tratta di un deficit cognitivo non patologico, che non ha inciso sulla decisione di abbandonare la figlia”.
Ricostruzione della storia personale di Alessia Pifferi
Il neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni ha ricostruito la storia personale dell’imputata, rilevando deficit cognitivi già in età scolare, mentre la neuropsicologa Nadia Bolognini ha parlato di “fragilità emotiva non significativamente invalidante sul funzionamento psico-sociale”. I test clinici, i colloqui in carcere e la documentazione scolastica descrivono un quadro di difficoltà affettive e cognitive migliorate in età adulta e non tali da limitare le autonomie personali.
I periti hanno escluso ipotesi di simulazione e hanno definito “un modo semplicistico” l’idea che “le si sia spenta la mente” durante i sei giorni in cui lasciò sola la bambina per raggiungere il fidanzato. La nuova perizia, frutto di tre colloqui clinici e 65 pagine di relazione, conferma dunque le conclusioni già depositate ad agosto: Alessia Pifferi, pur con alcune fragilità, era pienamente capace di intendere e di volere quando la figlia morì nell’estate 2022.
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(con fonte AdnKronos)
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