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Erosione, salinizzazione, desertificazione, contaminazione, diminuzione delle rese agricole. Sono tanti i fattori che causano il degrado del suolo. Alla base dei vari fenomeni c’è la perdita di sostanza organica: quell’insieme di composti presenti nei terreni, di origine sia animale sia vegetale, che permettono al suolo di garantire i propri servizi ecosistemici. Tanto preziosa, eppure in continuo preoccupante calo. Già oggi, in Europa circa un quarto dei terreni ha un contenuto in sostanza organica sotto la soglia che consente il corretto funzionamento del sistema suolo-pianta.

Ma che cosa possono fare i cittadini per aiutare a raggiungere questo traguardo? “La cosa più semplice ma dagli effetti molto concreti è fare nel migliore dei modi la raccolta dei rifiuti organici e di tutti quei materiali che sono compostabili”. L’appello è di Marco Versari, presidente di Biorepack, consorzio che all’interno del sistema Conai si occupa del riciclo organico delle bioplastiche compostabili. In occasione della Giornata Mondiale del Suolo 2022, Biorepack, insieme a Re Soil Foundation e al Cic (Consorzio Italiano Compostatori) ricorda che, dal modo in cui facciamo la raccolta della frazione organica dei rifiuti domestici (quella che gli addetti ai lavori chiamano Forsu), dipende la possibilità di ottenere il compost.

“I suoli delle pianure italiane (19% del territorio) hanno una dotazione di sostanza organica tra il 2 e il 3%. Dobbiamo arricchire la fertilità naturale, impoverita nei decenni da monoculture e da impattanti pratiche meccaniche e chimiche. Come già ricordato durante i recenti Stati generali per la salute del suolo di Rimini, possiamo e dobbiamo farlo riportando nei terreni questo fertilizzante ottenuto da rifiuti organici da raccolta differenziata di qualità che grazie al Cic vede l’Italia leader Ue in questo settore di punta della bioeconomia circolare”, spiega Walter Ganapini, presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Re Soil Foundation. La base potenziale dalla quale partire per ottenere il compost è ampia. “Dobbiamo sempre ricordare che i rifiuti organici e gli altri materiali compostabili rappresentano il 40% del totale di tutti i rifiuti prodotti nelle nostre case. Questa componente così rilevante dei rifiuti può essere trattata senza problemi all’interno degli oltre 350 impianti di compostaggio e di digestione anaerobica italiani. Una vera eccellenza a livello europeo”, sottolinea Lella Miccolis, presidente del Cic.

Dal consorzio Biorepack ricordano inoltre come proprio l’uso dei sacchetti e degli altri imballaggi flessibili e rigidi in bioplastica garantisca la possibilità di aumentare qualità e quantità della Forsu e, di conseguenza, del compost prodotto. “Il maggiore ostacolo per avere un prodotto finale di qualità è la presenza di materiali non compostabili: plastiche tradizionali, vetro, metalli. E questo problema è segnalato con forza dagli stessi gestori degli impianti di trattamento. Più i cittadini avranno cura a separare i materiali organici e compostabili dal resto dei propri rifiuti, minori saranno gli ostacoli per produrre compost di qualità” sottolinea Versari.

Il consiglio degli addetti ai lavori è chiaro: nell’organico devono essere conferiti unicamente scarti di alimenti sia vegetali sia animali, ma anche sfalci di potatura. E con essi devono finire anche gli imballaggi realizzati in materiale compostabile. Sacchetti, piatti, bicchieri, stoviglie e anche le capsule per bevande. Tutti questi manufatti sono ottenuti da biopolimeri compostabili ma anche da fonti vegetali come polpa e fibra di cellulosa. Come riconoscerli? “Come accade per tutti gli imballaggi, i cittadini devono fare attenzione ai marchi presenti sui prodotti” ricorda Versari. “Le bioplastiche compostabili all’interno degli impianti integrati e di compostaggio sono riconoscibili per l’indicazione sulla confezione dello standard europeo EN13432 o per la presenza di uno dei loghi che le contraddistinguono”.

I risultati ottenuti a livello italiano sono già importanti ma i margini di crescita sono ancora ampi soprattutto per quanto riguarda la qualità dei rifiuti organici raccolti. “Ricordiamo che oggi in Italia vengono trattate 7 milioni di tonnellate annue di rifiuti organici” ricorda Miccolis. Quantità che permettono di produrre già oggi oltre 2 milioni di tonnellate di compost che possono crescere realisticamente di un altro 20-30% quando tutto il territorio sarà coperto dalla raccolta della frazione umida. “Allo stesso tempo – conclude Massimo Centemero, direttore Cic – restituire alla terra ogni anno 2 milioni di tonnellate di compost, significa dare al suolo la capacità di sequestrare 211.000 tonnellate di CO2 equivalente, che corrispondono alla CO2 emessa da 26 miliardi di ricariche di uno smartphone o da 853 milioni di km percorsi in macchina. Se il potenziale massimo di 10,5 milioni di tonnellate di rifiuti organici venisse riciclato, queste stime potrebbero essere portate a 304.000 tonnellate di CO2 equivalente”.

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(AdnKronos)

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