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A Roma torna il sereno, o quasi, col doppio sì al Def di Camera e Senato. Dopo lo scivolone di ieri della maggioranza, il Parlamento ha approvato il Def, tra i mugugni delle opposizioni. La tabella di marcia viene confermata: il Cdm si terrà lunedì alle 10, nel giorno della festa dei lavoratori. Giorgia Meloni affronta la seconda giornata della missione a Londra con il sorriso. Tailleur fucsia, compagno e figlia al seguito, ritira prima il premio Grotius tributatole dal centro studi Policy Exchange, poi partecipa al ricevimento nella residenza dell’ambasciatore italiano a Londra. Qui incontra l’establishment politico ed economico del Regno Unito, 400 invitati ad attenderla tra selfie, sorrisi e brindisi. Ma quando i cronisti l’avvicinano per chiederle se la preoccupino i numeri dopo l’incidente di ieri, “insisto – torna a ribadire -: non ci vedo un segnale politico, è stata una svista. Ho fatto tanti anni in Parlamento, può succedere ma non deve accadere più”.

Va solo studiato il modo, perché la ‘sforbiciata’ al numero dei parlamentari voluta dai grillini complica la vita dei provvedimenti in Parlamento. Ma squadra che vince non si cambia. E di cambiare i sottosegretari per evitare altre sgradevoli sorprese per Meloni proprio non se ne parla: “Non prevedo ipotesi di sostituzioni di doppi incarichi. Credo che il governo stia lavorando bene e non è nelle mie intenzioni adesso rivedere qualcosa. Bisogna però garantire i numeri”.

Numeri che, al netto degli scivoloni, oggi sembrano rassicurarla. I dati del Pil segnano un maxi rimbalzo nel primo trimestre, con una crescita dello 0,5%. “Guardiamo ai fatti”, invita i cronisti che le chiedono della preoccupazione dei mercati. E anche sul dossier migranti Meloni non arretra, tutt’altro. L’intesa con Rishi Sunak, famoso per il pugno duro sul tema, è piena, del resto nel Memorandum firmato ieri a Downing Street Italia e Gran Bretagna mettono nero su bianco la richiesta, urgente, di un cambio di passo. Il Financial Times sostiene che gli inglese spingessero per una formula assai più dura, ma che Roma avrebbe frenato per evitare frizioni con l’Europa. Fatto sta che il premier ribadisce ancora una volta di apprezzare, e tanto, la linea Sunak. Che difende anche sullo spinoso caso del Ruanda, con i migranti irregolari che nel piano di Downing street vanno spediti nel Paese dell’Africa orientale. Tanto che si parla di ‘deportazione’, un termine che Meloni giudica inappropriato e inopportuno.

“Io non sono d’accordo sul principio di deportazione – dice infatti Meloni – non vi rendete conto della gravità del temine utilizzato. Io non la vedo come una deportazione, ma come un accordo tra Stati liberi nei quali viene garantita la sicurezza delle persone. Credo che parlare di deportazione, o lasciare intendere che il Ruanda sarebbe un Paese che non rispetta i diritti e sarebbe una nazione inadeguata o indegna, credo che questo sì sia un modo di razzista di leggere le cose”.

E anche sul carcere preventivo per chi entra clandestinamente, ipotesi spinta dal governo inglese e duramente criticata dall’Ue, “non è questione di considerare” gli irregolari dei “criminali, ma sono responsabili di qualcosa di illegale. È illegale attraversare, senza rispettare le regole, i confini di una nazione”.

Meloni rivendica di aver accarezzato per prima l’ipotesi di hotspot nel Nord Africa. Mandare migranti in Ruanda, come voluto e perseguito da Sunak, “non è una iniziativa che stiamo prevedendo noi – mette comunque in chiaro -. Però sicuramente anche nei Paesi africani o in altri Paesi, se si trovano soluzioni per evitare che la congestione avvenga tutta negli stessi luoghi, questo aiuta. Il fatto che sia un Paese terzo non vuol dire”, perché “più soluzioni si trovano per alleggerire la pressione e meglio è”.

Piuttosto, per il premier, è la narrazione ad essere falsata, con un mondo diviso in buoni e cattivi nonostante soluzioni che finirebbero per accomunare tutti. “Attenzione a come vengono raccontate le cose, perché a me pare che molto sia legato a di che matrice sono i governi che fanno le stesse cose, e non faccio esempi perché i miei rapporti internazionali voglio mantenerli buoni… – va avanti – In alcuni casi si fa finta di niente, in altri si ingigantiscono questioni che sono semplicemente il tentativo di risolvere problemi che quando si intensificano rischiano di avere reazioni più difficili da controllare”.

“Cerchiamo di affrontare le questioni con pragmatismo e non con approcci ideologici”, nel caso di default della Tunisia l’onda migratoria avrebbe una spinta fortissima, “allora che si fa?”, chiede Meloni sgranando gli occhi. Forte delle sue convinzioni, si concede agli ultimi selfie, recupera il compagno Andrea Giambruno e la piccola Ginevra -guest star del ricevimento tra saltelli e disegni abbandonati qua e là- dunque si congeda dagli innumerevoli ospiti e si allontana in auto dall’ambasciata. La visita ufficiale termina qui, anche se il premier si concederà ancora qualche ora con la famiglia nella City.

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