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Per quanto tempo le persone positive a Covid sono contagiose? E’ la domanda chiave, tornata alla ribalta negli ultimi giorni in Italia dove ci si interroga e si discute dell’opportunità di ridurre l’isolamento per i positivi. Gli studi scientifici al riguardo stanno crescendo e non sembrano in linea con le speranze dei molti che vorrebbero l’alleggerimento delle regole. Secondo le ultime evidenze, passate in rassegna online su ‘Nature’, una serie di studi “confermano che molte persone con Covid rimangono infettive anche nella seconda settimana dopo i primi sintomi”. Una ricerca Usa, messa a disposizione in via preliminare sul server ‘medRxiv’, non ancora dunque sottoposta a revisione paritaria, si concentra su Omicron e suggerisce che un quarto delle persone che hanno contratto questa variante “potrebbero essere ancora contagiose dopo 8 giorni”.

Le persone, è la riflessione degli esperti, possono perciò continuare a trasmettere il virus per più tempo rispetto a quanto indicato per esempio negli States dai Cdc, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, che fra i primi a dicembre scorso hanno dimezzato il tempo di isolamento raccomandato a 5 giorni, affermando che la maggior parte della trasmissione di Sars-CoV-2 si verifica da uno a 2 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e da 2 a 3 giorni dopo. Molti scienziati continuano a contestare quella scelta: a loro avviso le riduzioni della durata del periodo di isolamento, ora comuni in giro per il mondo, sono guidate “dalla politica piuttosto che da nuovi dati rassicuranti”, si legge.

I fatti su quanto tempo le persone sono infettive “non sono cambiati”, afferma Amy Barczak, specialista in malattie infettive del Massachusetts General Hospital di Boston. E’ sua la ricerca che ha valutato la durata della contagiosità dei positivi alla variante Omicron di Sars-CoV-2. “Non ci sono dati per supportare 5 giorni o qualcosa di inferiore a 10 giorni” di isolamento, osserva. A chi vuole sapere quanti giorni esattamente vanno considerati, gli esperti replicano che la risposta è complicata. “Se una persona sia contagiosa o meno, in realtà dipende da un gioco di numeri, è una probabilità”, afferma Benjamin Meyer, virologo dell’Università di Ginevra in Svizzera. I fattori sono tanti e mutevoli.

Varianti emergenti, vaccinazioni, livelli variabili di immunità naturale da infezione precedente: tutto ciò può influenzare la rapidità con cui si elimina il virus dall’organismo, dice Meyer, e alla fine determina quando si smette di essere infettivi. Anche i fattori comportamentali contano: le persone che non si sentono bene tendono a mescolarsi meno con gli altri, per esempio. Qualcosa di cui la maggior parte degli scienziati sono convinti è che il tampone molecolare (Pcr) possa restituire un risultato positivo anche quando la persona non è più infettiva, rilevando Rna virale dai resti non infettivi rimasti dopo che gran parte del virus vivo è stata eliminata. Al contrario, i test a flusso laterale (antigenici rapidi) offrirebbero una guida migliore all’infettività, rilevando le proteine ​​prodotte dalla replicazione attiva del virus.

“Ci sono ancora cose di cui non siamo perfettamente sicuri, ma il messaggio molto conciso sarebbe che, se sei positivo all’antigene, non dovresti uscire e interagire da vicino con persone che non vuoi siano infettate”, riassume Emily Bruce, microbiologa e genetista molecolare dell’Università del Vermont a Burlington. Per Bruce è importante ricordare che, sebbene possano esserci sintomi persistenti, questi non indicano una continua contagiosità. “E penso che sia perché molti dei sintomi sono causati dal sistema immunitario e non direttamente dal virus stesso”.

I ricercatori con accesso a un laboratorio di livello 3 di biosicurezza, come Barczak, possono eseguire esperimenti per verificare se il coronavirus Sars-CoV-2 vivo può essere coltivato da campioni prelevati da pazienti per diversi giorni consecutivi. “Se una persona sta ancora rilasciando dal proprio naso del virus che possiamo coltivare, ci sono almeno buone possibilità che sia ancora contagiosa per gli altri”, rimarca l’esperta. E aggiunge: poiché sono emerse diverse varianti e vari gruppi di ricerca hanno condotto questi esperimenti, è nato un consenso sul fatto che è molto insolito che le persone dopo 10 giorni spargano virus coltivabili. “Quindi, è molto insolito che rimangano contagiose dopo 10 giorni”.

Altri studi utilizzano i livelli di Rna virale misurati dai test Pcr per dedurre se qualcuno è infettivo. Un progetto condotto dal Crick Institute e dall’University College Hospital, a Londra, può attingere ai dati di tamponi effettuati su più di 700 partecipanti, ottenuti dal momento in cui si sono sviluppati i sintomi. Uno studio basato su questi dati suggerisce che un numero significativo di persone mantiene una carica virale sufficientemente alta da innescare un’infezione anche “nei giorni da 7 a 10”, indipendentemente dal tipo di variante o dal numero di dosi di vaccino ricevute. Lo studio è approdato su ‘medRxiv’ il 10 luglio.

Yonatan Grad, infettivologo della Harvard Th Chan School of Public Health di Boston, Massachusetts, che ha lavorato su studi simili sull’infettività basati sulla Pcr, concorda sul fatto che 10 giorni siano una regola pratica utile per quando non si dovrebbe più essere contagiosi. Ma avverte che un piccolo numero di persone potrebbe ancora esserlo oltre quella soglia. Alcuni di questi casi negli Stati Uniti sono stati collegati all’antivirale Paxlovid* (nirmatrelvir-ritonavir), evidenzia: “C’è un fenomeno di ‘rimbalzo’ che fa sì che le persone vedano i loro sintomi risolversi e potrebbero anche risultare negative a un test rapido, ma poi pochi giorni dopo i sintomi e il virus si ripresentano”.

Barczak afferma che questa è una delle domande chiave che i ricercatori stanno ora studiando. “Gli antivirali cambiano la dinamica dei sintomi, cambiano la dinamica della risposta immunitaria e cambiano la dinamica con cui si rilascia” virus, dice. “Penso che questo sia davvero importante, perché le persone sono fuori nel mondo pensando di non essere contagiose dopo 10 giorni. Ma se hanno un ‘rimbalzo Paxlovid’, potrebbero esserlo”.

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