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Crisi energetica globale, petrolio in salita e timori per Hormuz
Dirigenti petroliferi avvertono Washington: senza riapertura dello Stretto di Hormuz rischio volatilità e impatti sull’economia globale
La crisi energetica globale rischia di aggravarsi dopo la guerra in Iran. L’allarme arriva dai dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi, che nei colloqui con l’amministrazione Trump hanno segnalato il rischio di una prolungata instabilità dei mercati.
Durante una serie di incontri alla Casa Bianca e nei recenti confronti con il segretario all’Energia Chris Wright e il segretario agli Interni Doug Burgum, gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno evidenziato che eventuali interruzioni dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz continuerebbero a generare forte volatilità a livello globale.
In questo scenario, i prezzi del petrolio negli Stati Uniti sono saliti rapidamente: da 87 dollari al barile mercoledì a 99 dollari venerdì. L’amministrazione sta valutando diverse misure per contenere l’aumento, tra cui un ulteriore allentamento delle sanzioni sul petrolio russo, il rilascio massiccio delle riserve strategiche e possibili deroghe alle norme sui flussi di greggio tra porti statunitensi. Allo studio anche un incremento delle forniture dal Venezuela.
Nonostante i colloqui siano stati definiti produttivi e senza attribuzioni di responsabilità dirette, nel settore cresce il timore che le opzioni disponibili possano non essere sufficienti. Secondo diversi operatori, la riapertura dello Stretto di Hormuz resta la condizione essenziale per stabilizzare i mercati. Attraverso questo passaggio transita circa un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto.
Un alto funzionario dell’amministrazione ha riconosciuto che i prezzi potrebbero continuare a salire e che le leve di intervento sono limitate nel breve periodo. Il Pentagono avrebbe indicato la possibilità di riaprire lo stretto in tempi relativamente rapidi, con l’obiettivo di intervenire nel giro di settimane.
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di colpire a breve compagnie statunitensi presenti nella regione, invitando il personale a lasciare immediatamente i siti. In precedenza erano stati indicati tra i possibili obiettivi anche uffici di grandi aziende tecnologiche nei Paesi del Golfo.
Sul fronte internazionale, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha dichiarato di essere pronta a rilasciare ulteriori riserve strategiche di petrolio se necessario. Il direttore esecutivo Fatih Birol ha spiegato che, nonostante il rilascio già deciso, restano disponibili oltre 1,4 miliardi di barili tra scorte governative e industriali.
Secondo Birol, l’intervento ha già contribuito a calmare i mercati, con prezzi inferiori rispetto alla settimana precedente, pur restando elevati. Ha però ribadito che si tratta di una misura temporanea e che la stabilità dei flussi energetici dipende dalla ripresa del transito nello Stretto di Hormuz.
La decisione dei 32 Paesi membri dell’Agenzia rappresenta uno degli interventi più rilevanti nella storia dell’organizzazione. Il Brent si è attestato a 101,88 dollari, dopo aver sfiorato i 120 dollari nella settimana precedente.
Secondo analisti del settore, il conflitto in Medio Oriente ha riacceso i timori legati a inflazione e crescita economica. Tuttavia, negli Stati Uniti l’impatto degli aumenti del prezzo del petrolio sull’inflazione core è stato negli ultimi decenni relativamente contenuto. Inoltre, la riduzione della dipendenza dal petrolio e il passaggio a un’economia più orientata ai servizi hanno aumentato la resilienza del sistema economico.
Gli Stati Uniti sono inoltre passati da importatori netti a esportatori netti di petrolio, un fattore che contribuisce a mitigare gli effetti degli shock energetici rispetto al passato.
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(con fonte AdnKronos)

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