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Qualsiasi prodotto tecnologico che abbia bisogno di un chip per funzionare deve la sua esistenza a Taiwan. E buona parte dei trasporti marittimi da e per l’Oriente passa da Taiwan. Bastano queste due informazioni basilari per comprendere quanto strategica sia l’isola e come nei rapporti, tesissimi, tra Cina e Stati Uniti pesi il suo destino.

Taipei non solo esporta tecnologia, e buona parte delle componenti necessaria a produrla altrove, ma controlla anche una fetta consistente, circa il 10%, delle navi che la portano nel mondo. Gli altri dati significativi sono quelli che descrivono la capillare distribuzione a livello globale del suo interscambio commerciale: Cina (26%), Usa (13%), Giappone (11%), Hong Kong e Ue (8%). L’isola non è un luogo di passaggio delle rotte commerciali, è uno degli snodi principali che alimentano il commercio globale. La conseguenza, sul piano operativo, è che una crisi a Taiwan rischia di fermare una parte consistente dell’economia globalizzata e interconnessa.

Qualsiasi implicazione geopolitica, anche nel caso di un confronto che ha mille stratificazioni come quello tra Cina e Stati Uniti, non può prescindere dalla forza economica di un luogo tanto piccolo quanto indispensabile. Ogni tensione, ogni minaccia e ogni ipotizzata ritorsione deve fare i conti con le conseguenze catastrofiche che avrebbe una crisi capace di bloccare Taiwan.

“Oggi la nostra delegazione è a Taiwan per chiare in modo inequivocabile che non abbandoneremo il nostro impegno nei confronti di Taiwan e che siamo orgogliosi della nostra amicizia duratura”. Nelle parole di Nancy Pelosi, con al suo fianco la presidente dell’isola, Tsai Ing-wen, c’è tutto il senso di una presa di posizione che ha evidentemente messo in conto le ire di Pechino per la visita della speaker della Camera dei rappresentanti Usa sull’isola definita “una farsa” dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

Altre parole, questa volta del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, delineano i contorni di una contrapposizione che ormai viaggia sull’orlo di un nuovo potenziale conflitto. “Non posso dire quale sia stata la loro motivazione, ma non ci sono dubbi sul fatto che rispecchia la stessa politica di cui parliamo rispetto alla situazione ucraina – ha detto, secondo dichiarazioni riportate dall’agenzia Tass – Si tratta del desiderio di dimostrare a tutti la loro impunità e illegalità. ‘Faccio quello che voglio’, è più o meno così”.

L’accostamento tra Ucraina e Taiwan, ovviamente strumentale nella propaganda russa, suona come un avvertimento. Perché se la degenerazione della crisi in Ucraina, sul fronte occidentale, poteva essere prevista leggendo con maggiore attenzione le manovre e i passi di avvicinamento compiuti da Putin negli ultimi anni, una escalation sul fronte orientale di Taiwan arriverebbe dopo una ‘preparazione’ altrettanto pianificata.

Con un’implicazione sostanziale che riguarda le dimensioni. Non quelle geografiche ma quelle economiche. Se la crisi russo-ucraina sta mettendo in serio pericolo l’economia globale, una crisi a Taiwan aggiungerebbe un colpo insostenibile alla sua tenuta a quella del commercio globale. Per la forza strategica di Taipei e per il ruolo cruciale che ha nelle relazioni con tutto il mondo industrializzato.

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