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Tregua Usa-Iran, il retroscena dei negoziati: le varie versioni in campo
Dalla svolta di un “resuscitato” Mojtaba Khamenei alla mediazione internazionale: il caos e le ore convulse e decisive che hanno evitato l’escalation
Siamo nell’epoca di tutto e il contrario di tutto: notizie false date per vere e notizie vere bollate come fake. In un contesto in cui diventa sempre più difficile distinguere la realtà, anche nella tregua tra Stati Uniti e Iran emerge un intreccio di versioni, retroscena e ricostruzioni divergenti.
Secondo quanto riportato da Axios, citando fonti statunitensi, israeliane e regionali, la svolta decisiva sarebbe arrivata lunedì, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum lanciato da Donald Trump. La Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei (che fino a pochi minuti prima era dato per un essere quasi vegetale) avrebbe dato per la prima volta indicazioni ai negoziatori di muoversi verso un accordo.
Fino a quel momento, però, l’esito appariva tutt’altro che scontato. Mentre Trump minacciava pubblicamente un’azione militare su larga scala (dopo aver fatto una carosello di giravolte), dietro le quinte si intensificavano i contatti diplomatici. Le forze americane in Medio Oriente e il Pentagono si preparavano a una massiccia campagna di bombardamenti contro obiettivi iraniani. “Non avevamo idea di cosa sarebbe successo. Era una situazione folle”, ha riferito un funzionario della difesa. E non stentiamo a crederlo.
Anche gli alleati nella regione si aspettavano una possibile rappresaglia iraniana senza precedenti, mentre tra la popolazione civile cresceva la paura, con evacuazioni e fughe dalle aree più esposte.
La giornata di lunedì viene descritta come “caotica”. Mentre Trump partecipava a un evento pubblico alla Casa Bianca, l’inviato statunitense Steve Witkoff conduceva negoziati serrati al telefono. La controproposta iraniana in 10 punti, inizialmente, era stata giudicata “un disastro, una catastrofe”.
Da lì è partita una frenetica attività diplomatica. I mediatori pakistani hanno fatto da tramite tra Washington e Teheran, mentre Egitto e Turchia hanno contribuito a ridurre le distanze. Nel corso della giornata, tra revisioni e modifiche, si è arrivati a una nuova bozza di cessate il fuoco di due settimane, approvata dagli Stati Uniti.
La decisione finale è spettata a Khamenei, che secondo le fonti è stato coinvolto direttamente nel processo. Il suo ruolo è stato determinante e, per ragioni di sicurezza, gestito con la massima riservatezza, attraverso messaggeri e comunicazioni scritte. Il via libera ai negoziatori viene descritto come la vera svolta che ha reso possibile l’accordo.
Un ruolo centrale lo ha avuto anche il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, impegnato sia nel dialogo con gli Stati Uniti sia nel convincere i vertici delle Guardie Rivoluzionarie ad accettare l’intesa. Anche la Cina avrebbe spinto Teheran a cercare una via d’uscita diplomatica.
Martedì mattina i segnali di progresso erano evidenti, ma il clima restava incerto. Trump ha continuato a lanciare messaggi duri, mentre alcune ricostruzioni mediatiche parlavano di una rottura dei negoziati da parte iraniana, circostanza smentita dalle fonti coinvolte.
In parallelo, il vicepresidente JD Vance seguiva i contatti dall’Ungheria, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu restava in costante collegamento con Washington, con crescente preoccupazione per la perdita di controllo sul processo.
Verso mezzogiorno di martedì, la convergenza su una tregua di due settimane appariva ormai probabile. Poche ore dopo, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif pubblicava i termini dell’accordo.
La confusione, tuttavia, è rimasta fino all’ultimo. Anche tra i collaboratori più stretti di Trump, molti erano convinti che il presidente avrebbe respinto l’intesa fino a pochi istanti prima dell’annuncio ufficiale. Il funambolico presidente Usa ha sconcertato anche il suo ristretto circolo di persone.
Dopo aver ottenuto l’impegno di Netanyahu a rispettare il cessate il fuoco e aver parlato con il capo delle forze armate pakistane Asim Munir, Trump ha dato il via libera definitivo. Le forze statunitensi hanno ricevuto i nuovi ordini appena 15 minuti dopo il suo annuncio.
A seguire, Araghchi ha confermato che l’Iran avrebbe rispettato la tregua e garantito la riapertura dello Stretto di Hormuz, in coordinamento con le forze armate iraniane.
La tregua prende così forma tra minacce, diplomazia e versioni contrastanti, mentre i mercati reagiscono con il calo del petrolio (ma il carburante, nonostante tutto, continua a impennare e non scende per nulla con la stessa rapidità con cui è salito) e resta aperto il confronto, non solo sul campo ma anche sul piano dell’informazione.
In tutto questo c’è l’incognita Israele, che ha già fatto sapere che continuerà a tempestare di attacchi il Libano, con l’intento di liberarsi, una volta e per tutte di Hezbollah. Che la tregua sia con noi.
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