Dissalatori, in Arabia primo impianto a impatto zero
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Neom, la smart city del futuro costruita dal nulla nel deserto saudita, si disseterà con acqua marina dissalata e lo farà a impatto zero, come è stato annunciato questa estate, aprendo prospettive del tutto nuove alla diffusione dei desalinatori nel mondo.
Da tempo la sfida è quella di rendere la dissalazione sempre meno costosa e sempre più green. In primo luogo la sostenibilità passa dall’uso di energia rinnovabile, visto che si tratta di impianti con un elevato consumo di energia. La dissalazione effettuata con energie rinnovabili costituisce una delle sfide principali per il futuro dei Paesi soggetti a scarsità idrica e le zone aride, dove i dissalatori sono più usati, sono anche quelle con il maggior irraggiamento solare e quindi più̀ adatte al fotovoltaico. Ma la tecnologia offre sempre nuove possibilità come dimostra il caso delle Canarie dove le autorità locali hanno firmato un accordo con la norvegese Ocean Oasis per la costruzione di un dissalatore che sarà collocato direttamente in mare per sfruttare l’energia prodotta dalle onde.
Ma la questione che richiede maggiore attenzione dal punto di vista ambientale è lo smaltimento dei residui della produzione, la cosiddetta salamoia, che contiene una forte concentrazione di sali. Oggi, ogni giorno, al mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di litri di acqua dalla dissalazione, che comportano una massa simile in termini di residui salini. Il loro smaltimento in mare comporta un notevole costo in termini energetici e una forte attenzione all’impatto che possono causare sull’ambiente perché la salamoia non è inquinante ma se viene riversata in mare in grosse quantità e in assenza di forti correnti che possano disperderla velocemente può causare un aumento della salinità delle acque, con effetti negativi sull’ecosistema marino.
In Olanda, con i finanziamenti dell’Unione Europea, i progetti pilota Zero Brine (zero salamoia) hanno riprogettato lo schema per il trattamento della salamoia da un modello lineare a uno circolare per recuperare minerali, sali e acqua demineralizzata. In America, anche gli ingegneri del Mit di Boston hanno studiato un modo per trattare gli scarti della desalinizzazione, convertendoli in utili sostanze chimiche, comprese quelle che possono rendere più efficiente il processo di desalinizzazione stesso.
Tutto questo sta diventando realtà a Neom, la città che vuole essere un esempio mondiale di innovazione e sostenibilità ambientale. Qui verrà costruito un desalinatore che nel 2025 produrrà un milione di metri cubi di acqua potabile al giorno, ma già dall’anno prossimo sarà in funzione con una portata pari a un terzo del totale. Per la prima volta al mondo l’alimentazione energetica sarà garantita da idrogeno verde, cioè prodotto a sua volta con energie rinnovabili. L’impianto utilizzerà tecnologie innovative di separazione delle membrane per produrre acqua e flussi di salamoia concentrati. La salamoia generata dall’impianto sarà trattata per alimentare le industrie che utilizzano materie prime di sale industriale di elevata purezza, bromo, boro, potassio, gesso, magnesio e metalli rari. La salamoia quindi diventa un prodotto e non più un rifiuto.
Anche in Italia centri di ricerca come il Clean Water Center del Politecnico di Torino o aziende specializzate nel trattamento delle acque come Fisia Italimpianti (Gruppo Webuild) lavorano per migliorare le performance di costo e di impatto ambientale dei desalinizzatori, impianti che proprio secondo Webuild potrebbero assicurare al nostro Paese una soluzione strutturale alle crisi idriche che i cambiamenti climatici aggraveranno nei prossimi anni. Il Gruppo ha anche presentato un progetto, denominato ‘Acqua per la vita’, che con la costruzione di 15-16 impianti in tutta Italia potrebbe risolvere in modo definitivo il problema di future crisi idriche.
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(AdnKronos)
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