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In Sudan nessuna Protezione Umanitaria
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La popolazione civile cerca di sfuggire allâorrore della guerra
Sono ormai due anni, dal 2023, che in Sudan non si âviveâ piĂš. Il Paese africano è sconvolto da una devastante e sanguinosa guerra civile che sta mietendo morte e distruzione.
A farne le spese, come sempre accade in situazioni del genere, è la popolazione civile.
Dal punto di vista umanitario la situazione è critica.
Si tratta di una guerra civile in cui la contrapposizione è cruenta e senza esclusione di colpi.
In ballo câè il controllo del potere nel Paese africano dopo la cacciata di Omar al-Bashir.
A contenderselo sono quegli stessi militari che hanno sostenuto per un trentennio lâex dittatore, lâesercito sudanese, SAF, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan e i miliziani filo governativi del Rapid support forces, RSF di Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti.
Uno scontro armato che lentamente si è trasformato in un conflitto allâultimo sangue e allâultimo uomo.
Nel corso di questo conflitto interno sono innumerevoli le atrocitĂ che si stanno commettendo nei confronti dei civili e verso gli stessi combattenti dellâuna e dellâaltra parte.
Purtroppo per ora, non si vedono aperture o soluzioni di Pace. Ogni tentativo è sempre naufragato anche a causa di ingerenze esterne di Paesi terzi.
In questo modo, il Sudan nel giro di poco tempo, si è trasformato in un unico campo di battaglia che ha diviso in due il grande e sfortunato Paese africano.
I governativi controllano lâest e il nord del Paese; i miliziani controllano la regione occidentale del Darfur, il Kordofan e i Monti Nuba.
La ricchezza e la qualitĂ delle risorse del territorio controllato sono fondamentali per determinare il sostegno o meno da parte di Paesi stranieri.
Ad alimentare lâodio tra le parti in lotta infatti, vi sono anche motivazioni economiche. Avere il controllo delle risorse naturali del Sudan, come oro e petrolio vuol dire ricchezza e potere.
Risorse che fanno anche gola a tanti altri soggetti esterni.
Il controllo del potere politico/militare del Paese comporta anche poter controllare il commercio marittimo nel Mar Rosso.
A causa dellâaccesso limitato alle risorse, soprattutto alimentari e sanitarie, e per le infrastrutture distrutte dalla guerra civile, sono altissimi i bisogni di assistenza della popolazione civile.
Si è di fronte ad una guerra interna, in cui i civili sono rimasti privi di protezione umanitaria.
Gli aiuti umanitari non arrivano a destinazione perchÊ è praticamente impossibile farli arrivare alla popolazione in fuga dalla guerra. Quel poco che passa è davvero esiguo.
Nel chiaro intento di privare i civili di ogni forma di assistenza e di aiuto, ambo le parti in conflitto, attaccano i convogli umanitari che vengono depredati di tutto. Questo ovviamente finisce per indurre chi vuole aiutare a desistere nellâintento. Anche perchĂŠ, cercare di portare aiuti umanitari comporta anche mettere a rischio la propria vita.
Dallâinizio degli scontri armati, sono almeno 130 gli operatori umanitari che sono stati uccisi.
Purtroppo senza gli aiuti, migliaia di persone stanno morendo di fame, di sete, di malattie e di stenti e tanti altri moriranno.
Conseguenza immediata di questo scontro armato, è stato subito lâimpoverimento del Paese.
A causa delle misere condizioni economiche in cui ormai vessa il Sudan, secondo lâONU, sono a rischio fame almeno 24milioni di persone e altrettante sono prive di aiuti per sopravvivere, di servizi sanitari e soprattutto di un riparo.
Da tutto questo ne è nata una grande carestia, mai registrata fino ad ora, che ha dato vita in Sudan una delle piÚ gravi crisi umanitarie.
Di fatto si è di fronte ad unâemergenza umanitaria che colpisce pesantemente la popolazione civile e in particolare le donne, i bambini e gli anziani che ne costituiscono oltre che la maggioranza anche la parte piĂš debole.
Dramma nel dramma. LâimpossibilitĂ di poter assicurare assistenza a tutti, costringe gli operatori umanitari a fare una scelta.
Sono costretti a scegliere chi poter salvare.
La prioritĂ ovviamente viene data a bambini, donne incinte e a quelle che allattano.
Questa instabilitĂ e insicurezza nel Paese ha comportato un cambio di status della popolazione civile in sfollati.
Finora si stima che siano circa 11milioni i civili sfollati e che in gran parte si sono rifugiati nei campi profughi allestiti sul territorio nazionale e oltre i confini. Nei Paesi confinanti sono stati approntati rifugi di emergenza per le migliaia di sudanesi che vi giungono nella speranza di salvezza. Una stima determina il loro numero in almeno un milione di profughi
Come un fiume in piena, donne, uomini, bambini e anziani, raccogliendo le poche cose che potevano portare con se, si sono messe in marcia nellâultimo tentativo di sfuggire allâorrore della guerra, alla morte.
Purtroppo non è stato cosi.
Gli sfollati nella loro dura marcia sono stati picchiati, violentati, derubati e ammazzati. Molti altri sono morti per gli stenti e di fame e sete.
Nemmeno nei campi profughi, ormai sovraffollati, hanno trovato adeguato riparo e aiuto. Anche in quei luoghi, i profughi continuano a subire violenze oltre che privazioni. I piĂš esposti sono le donne che subiscono aggressioni fisiche e sessuali.
Si stima che siano almeno 1 milione gli sfollati ospitati nei campi profughi sudanesi, senza assistenza sanitaria e alimentare.
I principali campi dove è garantito un minimo di assistenza, soprattutto sanitaria, sono quelli di Daba Naira e Tawila Umda. Gli altri campi sono solo degli accampamenti dove si dorme sotto tende o capanne di legno e si mangia, forse, una sola volta al giorno.
Unâaltra dura realtĂ , conseguenza del drammatico conflitto in corso in Sudan, è il fatto che migliaia di bambini non frequentano piĂš una scuola. Di fatto, un’intera generazione resterĂ senza istruzione.
Ferdinando Pelliccia
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(con fonte AdnKronos)
