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Trump è impantanato in Iran: scade il limite dei 60 giorni per l’uso della forza
La deadline del War Powers Act mette pressione alla Casa Bianca: senza il via libera del Congresso, le operazioni rischiano lo stop
“L’Iran ha fretta, vuole un accordo perché il Paese sta crollando”. Donald Trump rilancia la linea negoziale con Teheran, ma anche la Casa Bianca è alle prese con una scadenza decisiva.
Oggi, 1 maggio, cade il termine dei 60 giorni previsto dalla War Powers Resolution, la norma che disciplina l’impiego della forza militare americana senza autorizzazione del Congresso. Un passaggio che rischia di ridurre i margini d’azione del presidente, finora gestiti in autonomia nel ruolo di commander in chief, nel sistema dei “checks and balances”.
Il conflitto è iniziato il 28 febbraio ed è stato notificato al Congresso il 2 marzo, facendo partire il conteggio previsto dalla legge. La normativa impone al presidente di informare Camera e Senato entro 48 ore dall’avvio delle ostilità e di interrompere le operazioni entro 60 giorni, salvo autorizzazione del Congresso o dichiarazione di guerra.
È prevista una possibile estensione di 30 giorni, ma esclusivamente per consentire il ritiro in sicurezza delle truppe. “Non è un assegno in bianco per continuare le ostilità”, ha sottolineato David Janovsky.
Trump ha finora evitato di affrontare apertamente il nodo, mantenendo una linea prudente: “Non è una guerra, è un’operazione militare”.
A Washington, intanto, il quadro politico resta in evoluzione. I repubblicani hanno finora bloccato le iniziative democratiche per limitare i poteri del presidente, ma con l’avvicinarsi della scadenza emergono segnali di possibile cambiamento.
Il senatore John Curtis ha dichiarato che non sosterrà operazioni oltre il limite dei 60 giorni senza un via libera del Congresso, mentre Josh Hawley ha invocato una chiara “strategia d’uscita”. Anche il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha chiesto all’amministrazione un piano per la fine del conflitto.
I democratici, dal canto loro, hanno presentato diverse risoluzioni per limitare l’azione militare della Casa Bianca, con l’obiettivo di costringere i repubblicani a un voto politico su un conflitto ritenuto impopolare.
La War Powers Resolution, tuttavia, non è mai stata utilizzata con successo per fermare un’azione militare. Nel tempo, diversi presidenti ne hanno contestato la costituzionalità, sostenendo che limiti eccessivamente i poteri dell’esecutivo.
I precedenti sono numerosi: Ronald Reagan nel 1983 evitò lo scontro con il Congresso raggiungendo un accordo per prolungare la missione dei Marines in Libano; Barack Obama nel 2011 sostenne che la campagna in Libia non rientrasse nella definizione di “ostilità”; Bill Clinton giustificò il prolungamento della missione in Kosovo con i fondi già approvati dal Congresso.
Anche Trump potrebbe muoversi su linee simili: sostenere che il cessate il fuoco abbia interrotto le ostilità, facendo ripartire il conteggio, oppure contestare l’applicabilità della legge al caso specifico. Una posizione già evocata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, secondo cui il cessate il fuoco in corso potrebbe incidere sul computo dei 60 giorni.
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(con fonte AdnKronos)
