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Ambiente-Sostenibilità

Il gender gap è ancora troppo ampio nel settore metalmeccanico



Nel settore metalmeccanico solo una dipendente su 5 è donna. Il dato emerge dall’indagine della Fim Cisl sulla parità di genere che ha raccolto i dati di 701 aziende metalmeccaniche su tutto il territorio nazionale, principalmente medio-grandi dove il sindacato è presente.

Il primo dato riguarda quello degli occupati: nel 2021 su 295.057 addetti erano occupate 61.664 donne, il 20,9% del totale. Un dato positivo riguarda la stabilità dei rapporti lavorativi che prescinde dal genere: il rapporto evidenzia che nella categoria i contratti a termine sono utilizzati solo nel 4% dei casi.

Le valutazioni cambiano quando si passa ai contratti part time che riguardano il 5,35% del totale degli occupati, ma con grandi differenze di genere. Infatti, oltre una dipendente su 5 (il 20,44%) adotta questa modalità di contratto e le donne rappresentano l’81,8% dei lavoratori dei contratti a tempo parziale nel settore. In seconda battuta occorrerà analizzare quanto questa sia una scelta volontaria e quanto, invece, sia una scelta obbligata da esigenze familiari.

Inquadramento e gender gap salariale

Passando all’analisi delle categorie professionali, la presenza delle donne è così distribuita:

– 19,3% del totale dei quadri e dirigenti occupati (che rappresentano il 12% del totale degli occupati nel settore);

– 27,4% degli impiegati (che pesano per il 39% del totale);

– 16,5% del totale degli operai (che valgono il 49% del totale degli occupati).

L’indagine Fim-Cisl conferma quindi che la presenza femminile è più bassa nelle attività produttive e direttamente manifatturiere, mentre rimane nella
media generale per le figure direttive.

La nota più negativa è il forte gap salariale che ancora si registra. Infatti, in media le donne vedono riconosciuto un valore dei superminimi (elementi di retribuzione legati alle prestazioni e alla professionalità) del 15% inferiore alla media degli occupati. Il valore dei superminimi ammonta a 3.444 euro annui per le donne contro i 4.065 euro annui percepiti in media nel settore, numeri che evidenziano una crescita della retribuzione generale nell’ambito metalmeccanico, ma anche la distanza da colmare tra i generi.
Il gender gap salariale diventa ancora più ampio, con picchi del 43%, nelle aziende senza rappresentanza sindacale, nelle Pmi e nelle aziende collocate al Mezzogiorno.
Nelle imprese con meno di 250 dipendenti il differenziale raggiunge il 32%, mentre si riduce al 9% nelle imprese con più di 1000 dipendenti.

“È indispensabile porre la questione della piena parità salariale come priorità nel sistema di relazioni sindacali, se vogliamo evitare che l’occupazione femminile resti nel settore metalmeccanico confinata ad alcune mansioni e non venga considerata e valorizzata in pieno” ha commentato il Segretario generale della Fim Cisl Roberto Benaglia secondo cui proprio questo dovrà essere il focus nei lavori che porteranno al prossimo rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici affinché il settore possa essere attrattivo e sostenibile per le donne.

Nel rapporto il sindacato evidenzia come la parità debba essere perseguita non solo in termini strettamente salariali, ma anche di equilibrio tra la vita professionale e quella personale. Si tratta, a ben vedere, di una riflessione stimolata anche dall’elevata presenza di contratti part-time tra le donne del settore.

“Abbiamo bisogno di più donne specializzate a tutti i livelli nel mondo metalmeccanico se vogliamo continuare a crescere e a colmare il gap di competenze che oggi esiste”, ha aggiunto Benaglia.

Gli strumenti di welfare aziendale

L’indagine si è concentrata anche sugli strumenti di welfare e di conciliazione messi a disposizione dalle aziende, di cui evidenzia una buona diffusione. Infatti, il 99% degli occupati nel settore ha accesso a strumenti di welfare aziendale che riguardano:

– sistemi di flessibilità oraria, che riguardano l’87,9% dei lavoratori;

– adozione dello smart working per le attività che lo consentono (80,3% dei lavoratori);

– sistemi della banca ore, ovvero un registro virtuale in cui sono accantonate le ore di lavoro eccedenti il proprio turno di lavoro (65,4% dei lavoratori);

– congedi o permessi aggiuntivi a quelli del Ccnl (62,7% dei lavoratori);

– agevolazioni per i casi di trasferimento di sede (36,9%).

Nello specifico sull’assistenza genitoriale, gli strumenti di welfare offerti nel settore metalmeccanico sono:

– agevolazioni per il sostegno ad attività extrascolastiche dei figli (per il 34,7% dei lavoratori);

– contributi o convenzioni per accesso a asili nido o scuole materne per i figli (29,8%);

– servizi ulteriori di supporto alla genitorialità (26,2%);

– contributo per la nascita del figlio (8,9%).

Il rapporto evidenzia che in tema di welfare sono ben diffuse le soluzioni di flessibilità di orario e di conciliazione vita-lavoro che oggi vengono incontro ai bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, mentre sono da potenziare gli strumenti e le soluzioni di sostegno alla genitorialità e ai carichi di cura verso i figli, tema su cui serve un maggiore l’impegno della categoria nella contrattazione.

Analogamente a quanto accade per i salari, le tutele e gli strumenti di welfare e di sostegno alla occupazione sono nettamente più diffusi nelle aziende dove c’è la contrattazione aziendale che raggiunge l’81% dei lavoratori delle aziende censite nel report.
In definitiva, la contrattazione di secondo livello continua ad assicurare maggiori tutele, più equità euna forte riduzione dei differenziali di genere.

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(AdnKronos)