Boris sempre più solo ma resiste a Downing Street
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Più di 40 rappresentanti di gabinetto, fra cui ministri importanti, da martedì hanno rassegnato le loro dimissioni dal governo di Boris Johnson. Bojo però, almeno per ora, non ha intenzione di mollare: ai ministri ha infatti detto che non si dimetterà, sostenendo che la sua uscita dal governo causerebbe “caos” e vedrebbe “i conservatori quasi certamente sconfitti” alle prossime elezioni. “Questi ultimi due giorni hanno tolto a Boris Johnson gran parte della sua autorevolezza, ma non ancora il suo lavoro” riassume la Bbc.
Le dimissioni a raffica sono arrivate dopo l’ennesimo scandalo che ha investito Johnson, vale a dire il caso del vice ‘chief whip’ Christopher Pincher, con la storia di festini ad alto tasso alcolico e molestie sessuali nei confronti di giovani uomini alle spalle che il Premier avrebbe ignorato, facendo finta, ancora una volta dopo il partygate, di non saperne nulla.
Dopo Sajid Javid (Salute), Rishi Sunak (il Cancelliere dello Scacchiere), ieri si è dimesso anche il Segretario per il Galles, Simon Hart. L’Attorney General Suella Braverman non lo ha fatto, ma ha invitato il Premier a dimettersi, annunciando anche la sua candidatura a leader dei tories, e quindi a Premier. Il ministro Michael Gove è stato invece licenziato da Johnson, dopo che ne aveva chiesto le dimissioni in un incontro a due. Anche la ministra degli Interni Priti Patel, il ministro dell’Impresa, Kwasi Kwarteng, e dei trasporti Grant Shapps, sono fra coloro che chiedono a Johnson di lasciare Downing Street.
Lo scontro in atto mette in crisi un sistema basato sulla fiducia, come ha riassunto l’ex ministro per l’Irlanda del Nord, Julian Smith. Fra gli scenari possibili, oltre alla convocazione di elezioni anticipate ventilate dal Premier alle strette, la possibilità di cambiare le regole per la sfiducia (introdurre la possibilità di chiederne una nuova prima di un anno) e riproporre questo passaggio.
(AdnKronos)
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