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Negoziati Usa Iran a Islamabad: Trump minaccia nuovi attacchi, Teheran chiede asset bloccati
Delegazioni al tavolo in Pakistan mentre Trump avverte: senza accordo pronti nuovi attacchi
Il dialogo comincia in salita. Stati Uniti e Iran si incontrano a Islamabad, in Pakistan, per cercare di arrivare a un accordo che ponga fine alla guerra, mentre la tregua di 14 giorni regge ma resta fragile.
Teheran e Washington si presentano al tavolo con posizioni distanti. L’Iran introduce una richiesta inattesa sugli “asset bloccati”, mentre il presidente americano Donald Trump rilancia la minaccia di una ripresa degli attacchi in caso di fallimento dei colloqui. Un funzionario statunitense, citato da Axios, sintetizza lo stallo: “Non siamo ancora d’accordo su cosa negoziare”.
Secondo indiscrezioni diffuse dalla televisione pubblica israeliana, l’esercito si starebbe preparando all’eventualità di un fallimento dei negoziati e a una nuova fase di ostilità.
La delegazione americana è guidata dal vicepresidente JD Vance, affiancato dall’inviato speciale Steve Witkoff, da Jared Kushner e dal capo del Centcom Brad Cooper. Per Teheran, guidano i colloqui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, con la partecipazione di rappresentanti della sicurezza nazionale, della difesa e della banca centrale.
Per Washington il nodo principale resta la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo stop al programma nucleare iraniano. “Apriremo lo Stretto, con loro o senza di loro. E lo faremo presto. L’obiettivo numero uno è impedire che l’Iran abbia armi nucleari”, ha dichiarato Trump prima di partire per la Virginia. Il presidente ha poi aggiunto che, in assenza di un accordo, gli Stati Uniti sono pronti a utilizzare “le migliori armi mai costruite”.
In diversi messaggi pubblicati su Truth, Trump accusa Teheran di utilizzare le rotte marittime come leva di pressione e sostiene che l’Iran non disponga di reali margini negoziali. La riapertura dello Stretto, fondamentale per il transito di circa il 20% del petrolio mondiale, è indicata dagli Stati Uniti come condizione essenziale per l’attuazione della tregua. Al momento, però, il passaggio delle navi resta limitato e l’Iran non esclude l’introduzione di pedaggi.
Sul piano militare, mentre i colloqui prendono avvio, gli Stati Uniti rafforzano la propria presenza in Medio Oriente. Secondo il Wall Street Journal, nuovi caccia e aerei d’attacco sono già stati dispiegati nella regione. Tra 1.500 e 2.000 soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata potrebbero arrivare nei prossimi giorni.
La portaerei Uss George H.W. Bush, partita dalla Virginia a fine marzo, si trova nell’Atlantico, mentre la Uss Boxer e le unità della 11esima Unità di Spedizione dei Marines, salpate dalla California a metà marzo, sono nel Pacifico. Le navi impiegheranno oltre una settimana per raggiungere l’area mediorientale.
Alla vigilia dei negoziati, Mohammad Bagher Ghalibaf ha ribadito le condizioni di Teheran: tra queste, il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco degli asset iraniani congelati prima dell’avvio dei colloqui. La Repubblica islamica chiede inoltre lo stop degli attacchi israeliani contro il Libano, ritenendo il Paese incluso nella tregua.
Una posizione che non coincide con quella di Israele e degli Stati Uniti, secondo cui Beirut non rientra nell’intesa. Secondo media sauditi, l’apertura dei colloqui potrebbe coincidere con l’annuncio di un cessate il fuoco tra Israele e Libano, in vista di negoziati diretti previsti la prossima settimana.
Il tema degli asset bloccati resta sullo sfondo. Ghalibaf ne ha parlato senza fornire dettagli, ma il riferimento potrebbe riguardare beni congelati a seguito di sanzioni occidentali. Di recente, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha affermato che Washington è in grado di individuare e bloccare i conti dei leader iraniani. La questione, tuttavia, non figura esplicitamente nel piano in dieci punti presentato da Teheran come base per i negoziati.
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(con fonte AdnKronos)

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