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Da Capitol Hill alla Casa Bianca: il nuovo percorso americano




Contrariamente a quanto previsto dalla tradizione, nella manifestazione dell’Inauguration day, questa volta il Presidente eletto ed il suo seguito non hanno potuto fare la “parade” fra il Campidoglio, sede formale del Giuramento, fino alla Casa Bianca, sia per motivi di Covid-19, ma soprattutto per il timore di rivolte e di possibili gravi cesure della sicurezza. Ha prevalso perciò la fredda virtualità, priva di quel calore tipico americano per quelle cerimonie; anche le allocuzioni sono state ridotte al minimo indispensabile, davanti ad un pubblico mesto di sole bandiere, e la tradizionale passeggiata lungo Pennsylvania Avenue è stata fatta all’interno di macchine blindate e limousine, senza pubblico dietro le transenne.

Se è vero che anche l’FBI aveva lanciato alcuni allarmi per possibili attentati e sui social erano comparsi segnali di nuove proteste tant’è che il solo Twitter aveva bannato più di 70.000 account in qualche modo correlati ai diversi gruppi dei dimostranti, è anche vero che non sarebbero emersi ulteriori elementi concreti e innovativi in senso positivo per accreditare il recente assalto a Capitol Hill come un’azione sovversiva e tanto meno un colpo di Stato; pensare infatti che quel deprecabile evento avesse lo scopo di scardinare il potere costituito e sostituirlo come si trattasse di un effervescente Paese sudamericano, era una valutazione strampalata e insensata, ma spesso “cavalcata” strumentalmente da una giostra liberal-mediatica, montata ad arte. Le azioni goliardiche e gli atteggiamenti di quei manifestanti erano la palese dimostrazione che non esisteva l’intenzione di un golpe; quella ciurma di facinorosi di diversa provenienza non avevano né una precisa identità e neppure una meta precisa: era un insieme disaggregato di elementi arrabbiati per l’andazzo delle elezioni presidenziali e per i ventilati brogli.

Nessuno, almeno così pare, si è preoccupato di studiare obiettivamente quel fenomeno di piazza, né attuare una strategia che fosse la più adatta, di buon senso e corretta, per contenere e contrastare eventuali fenomeni di violenza, mentre è stato amplificato il clamore di alcuni episodi, sciocchi e perfino squallidi, in modo da creare le condizioni perché il sospetto della violenza e della paura si propagasse ovunque: così, contro ogni ragionevolezza, grazie soprattutto agli atteggiamenti sconsiderati della stampa, dei mezzi di comunicazione di massa e dei potenti social, si sono create le condizioni surrettizie di angoscia collettiva.

E’ ovvio, quindi, che il contenimento coatto di quella cerimonia, fosse una naturale conseguenza di quel clima, con la presenza e l’eccezionale mobilitazione di una ingente e visibile massa di polizia, di Guardia Nazionale e di “barbe finte” più camuffate, con oltre 25000 individui armati per il giuramento del nuovo Presidente, quasi a giustificare e tacitare le paure ormai innescate insieme con il terrore del possibile attentato al pilastro e simbolo della democrazia: siccome non è successo nulla di strano, sono sembrati provvedimenti mirati più a farsi perdonare il flop in termini di sicurezza, di immagine e delle perdite di vite occorse nell’assalto al Campidoglio della Befana 2021.

Per inciso sta montando una forte polemica contro Biden and Co sul trattamento indecoroso riservato a quei poliziotti, trattenuti in condizioni igieniche inverosimili per oltre una settimana.

Una giusta analisi scevra da colori politici sarebbe più che opportuna anche nei riguardi della strapotenza delle piattaforme social che hanno direttamente influenzato le masse e, insieme con i papaveri dello spettacolo e della stampa, hanno costituito una leva sociale straordinaria di propaganda a favore dei democrats, dei politically correct e di tutti coloro che non confidano nella conservazione dei valori e nel rispetto delle regole della società, ma invocano un domani più liberal e progressista.

I Big Tech hanno avuto una notevole incidenza sulla pubblica opinione e quindi devono assumersi una precisa responsabilità di certi andazzi sociali che dovrebbero preoccupare tutti proprio per quelle ricadute politiche, civili ed economiche che riguarderanno non solo i capi dei partiti, ma ognuno di noi. Pertanto, anche in quella delicata situazione, al di là di alcune frasi inopportune e sconvenienti, l’odio è stato portato ai massimi livelli proprio da quei media e network che ora non possono pensare di rifarsi una verginità bannando e colpevolizzando i vari capi dei conservatori, sperando che il comune lettore consideri chiuso il caso senza ripercussioni. Troppo semplice e facile; loro sono i primi responsabili della diffusione per alimentare quei gruppi estremisti che, diversamente, non potrebbero dar sfogo al loro protagonismo e soprattutto alle loro strambe idee: se non verranno posti dei limiti nella loro attività dovremo aspettarci effetti sediziosi ancora più gravi di quelli già sofferti.

Va da sé che sarebbe fortemente auspicabile una severa indagine non solo per appurare quei presunti brogli elettorali, se del caso allargandola agli attori del profondo Deep State e a quei capi politici, ma anche della nostra industria che non possono cavarsela con il solito ipocrita “noi volemo bene agli USA”, mentre potrebbero aver agito utilizzando una realtà parallela, con percorsi sottotraccia: dovrebbe essere questo il primo passo della nuova amministrazione Biden nel processo di verifica e riconciliazione per rimarginare le ferite sociali comunque aperte ed evitare l’innesco di ulteriori forme di protesta tenuto conto dei risentimenti esistenti in larghi strati sociali, e di quei oltre 75 milioni di elettori che hanno convintamente votato Trump. Né aiuterà a calmare gli animi la pedante insistenza con cui alcuni onorevoli, e fra questi la Pelosi, vogliono l’impeachment, per mortificare ulteriormente sia l’individuo Trump, che la schiera repubblicana: peraltro tale istituto, davvero eccezionale, per cui ci vorranno i due terzi del Senato per la sua approvazione, mentre è politicamente poco probabile, la sola pervicacia nel suo conseguimento avrà invece un effetto sociale altamente disgregatore.

La strada che aspetta Biden è piuttosto impervia ma prima di far sentire il peso degli USA all’estero, dovrà rafforzarsi all’interno, tenendo anche conto che la sua presumibile crociata per i diritti umani lascerà del tutto indifferenti la Russia, la Corea del Nord, l’Iran e anche la Cina: questi Paesi, ma anche alcuni Alleati, approfittando del vuoto di potere del cambio del presidente e della pandemia da Covid-19 hanno fatto gli affari loro a prescindere. Relativamente alle vecchie alleanze, ciò ha suscitato molte aspettative sia negli alleati europei che asiatici, ma tutti non hanno mosso un dito perché certe desiderate si realizzassero, attendendo di sapere chi fosse il vincitore per accodarsi ma senza sforzi eccessivi. Il percorso iniziale sarà quindi assai difficile e dovrà ricucire soprattutto il tessuto sociale, ferito dall’odio reciproco fra le parti e riconciliando le diverse ideologie: sarà Biden in grado di smorzare i toni vendicativi dei suoi, e anche degli estremisti dei numerosi gruppi facinorosi, dai Proud Boys ai Black Lives Matters, dai Patriots ai seguaci di QAnon, da Antifa ad altri meno conosciuti, ecc. e farli rientrare tutti sotto l’unica bandiera a stelle e strisce? Non sarà un compito facile e a breve termine, ma ci vorrà una leadership eccezionale, trasparente ed avulsa dalla tipica estetica del politically-correct: tuttavia “Joe” potrà farlo, cambiando pagina piuttosto rapidamente e con essa il ciclo politico ed etico degli USA, con decisioni che, viste con l’ottica lenta del Vecchio Continente, fa sempre un certo effetto e quasi invidia.

Gli anni a venire non saranno certo un semplice ritorno al passato, anche saltando gli ultimi 4 anni, perché i mutamenti nella società e anche i segni che l’hanno caratterizzata negli anni più recenti, sono troppo profondi, ancorché in parte cicatrizzati, per tornare alla preannunciata cosiddetta “normalità”; Biden ha infatti, appena arrivato alla Casa Bianca nel giorno del suo insediamento, firmato 17 ordini esecutivi, dando un segnale simbolico particolare, e stravolgendo quanto fatto dalla precedente amministrazione, a dimostrazione dell’urgenza di una discontinuità esplicita e politica con una saldatura alla gestione di Obama.

Tutto in linea con quel passato remoto ed esaltato dai media, in primis dalla liberal CNN che si è sperticata in elogi ed adulazioni mielose arrivando a definire questo inizio come “una ventata di aria fresca”, con la colonna sonora di gran parte dei divi di Holliwood, da Lady Gaga a J.Lo, e la gioia dello spettacolo in genere che sono arrivati a infiorettare una nuova, e vecchia, love story ed a colpire ingiustamente Melania Trump, addirittura improvvidamente etichettata quale “escort” del marito da qualche idiota italo-americano presente, non si capisce a quale titolo, nei nostri talk show.

Da un lato c’è stata un’ubriacatura di retorica legata al nuovo presidente che si è diffusa oltreoceano nella sinistra europea che ci ha messo del suo amplificandone elogi sperticati nei confronti del nuovo, visto come il neo messia; vedremo, come detto, innanzitutto come affronterà i problemi interni di coesione e di riconciliazione fra le parti, anche nei confronti del mondo dei militari, per poi capire come si muoverà nell’aggredire i grandi problemi, nei rapporti con la Cina e la Russia, nel delicato settore del nucleare con il Nord Corea e Iran, nel tormentato Medio Oriente, nei rapporti con i paesi dell’America Latina, senza sottacere le grandi questioni geopolitiche relate all’acquisizione della Groenlandia ed al dominio dell’Artico.

Le prime mosse di Biden sembrano andare contro le decisioni prese dal suo predecessore, quasi per partito preso e questo non depone a suo favore; sia nei riguardi dell’ONU e delle sue diverse ramificazioni (WTO, OMS, UNHCR, ecc) che verranno rifinanziate, sia nei confronti dei migranti con l’interruzione del muro al confine col Messico e con il riconoscimento più rapido della cittadinanza, sia con il foraggiamento pubblico dell’abortion, nonché con l’adesione agli accordi sul clima di Parigi e, innanzitutto, con un approccio totalmente diverso contro la pandemia del Coronavirus.

Anche l’Ue plaude al neo-eletto e, seppure con un certo scetticismo, spera in una migliore strategia con gli USA e nell’ambito della NATO, ma basta avere anche una labile memoria per ricordare che pure il riferimento Obama non aveva brillato in politica estera: come noto si era sfilato nottetempo dal teatro iracheno, rimpatriando le truppe e creando i presupposti per la nascita del terrorismo dell’ISIS; anche nei confronti della Ue, non aveva espresso alcuna volontà nel contribuire alla Difesa e Sicurezza europea, stimolando i vari Paesi ad impegnarsi di più e volgendo lo sguardo geostrategico verso il Pacifico.

Anche con Biden, al di là del plauso acritico, non ci saranno “pasti gratis” per nessuno e, anche se non sarà più sbandierato lo slogan “America First”, la tutela prioritaria degli interessi americani sarà scontata e perseguita, magari in modo meno palese, spesso ammantata da aspetti di pseudo-etica o di salvaguardia dei diritti civili e sociali.

Probabilmente la policy in politica estera non cambierà molto perché certi accordi fatti da Trump faranno sempre comodo; tornare alla “normalità” superando quei problemi davvero importanti con l’estero, significherà rifarsi a forme diplomatiche di cooperazione, di consenso internazionale e coordinamento, nell’assunto di tornare ad essere comunque “il primo della classe”: è inutile illudersi che l’approccio sia diverso, a carattere multilaterale e condiviso con tutti!

Prima di concludere mi sovviene comunque una riflessione sulla tempistica di certi accadimenti, pur non volendo invadere né il campo della scaramanzia e della cabala, e neppure quello della fantapolitica: entrambi i fatti riguardano la lotta al Covid-19 ed i diversi approcci da parte dei due presidenti. Il mese di novembre 2020, esattamente una settimana dopo lo svolgimento delle elezioni presidenziali, di quel martedì 3, viene portato all’evidenza mediatica lo sviluppo di un vaccino efficace contro quel virus; merito indiscusso di quel successo è attribuibile a Trump che ha messo sotto pressione, a modo suo ma anche con opportuni finanziamenti, le varie società farmaceutiche, da Pfizer a Moderna e altre per la ricerca e sviluppo di un antidoto a questa terribile pandemia; se quei risultati fossero stati pubblicizzati per tempo, e non dopo una settimana, a valle della tornata elettorale, molto probabilmente l’esito delle elezioni avrebbe potuto essere assai diverso, vista la suscettibilità del popolo americano dopo quel numero abnorme di morti sofferte superiori a quelle della Seconda Guerra Mondiale: che ci sia stata una manovra politico-mediatica strumentale per ritardare la notizia di una settimana?

Ora, sempre all’argomento lotta contro il Coronavirus, c’è una ulteriore strana coincidenza di date e di comportamenti che coinvolge l’attuale amministrazione USA e che ci colpisce direttamente: è noto infatti che il programma vaccinale in Italia aveva, ed ha, una straordinaria importanza considerato il record poco invidiabile di morti subìto, e doveva quindi essere avviato con la massima intensità e rapidità.

La programmazione nella distribuzione di quei vaccini è stata regolare fino all’inauguration day, dopodiché, da quando Biden ha posto la massima priorità nella lotta contro il Covid-19 con DPI obbligatori e vaccinazione intensa, guarda caso la Pzifer – e così sembra anche Moderna e Astra-Zeneca, fra gli altri – ha annunciato all’improvviso e senza spiegazioni un taglio di circa il 30% dei promessi vaccini all’Italia ed altri Paesi europei: sarà un problema di produzione ? oppure quei vaccini hanno preso una direzione diversa da quella preventivata, secondo i classici metodi “democratici” della eguaglianza più eguale di alcuni, ma anche del business prima di tutto?

Qualcuno diceva che “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” e questo è forse il caso! Entrambe quelle coincidenze nella tempistica meritano una riflessione e forse anche qualche indagine; di certo se questo è il new-deal ne vedremo delle belle, ma non possiamo accettare questi comportamenti spacciati come “best practise”mentre in realtà sono vere e proprie prese in giro. I nostri ottuagenari sono passati in terza fila e l’immunità di gregge sta diventando un miraggio checché ne dicano i ministri e l’onnipresente commissario straordinario; ciò anche con la benedizione dell’Oltre Tevere che pone in evidenza la priorità di altri soggetti rispetto ai poveri vecchi nostrani, dai detenuti, ai senza tetto e a qualche famiglia di migranti. Certo è sempre facile “battere le ortiche con… l’affare altrui”; mi chiedo come mai il vicario di Roma non se li porta in Vaticano e magari li fa vaccinare, invece, al posto di qualche Cardinale: questa sì che sarebbe una vera mossa solidale e democratica, senza pontificare sulle priorità della gente che, laicamente, non gli appartiene.

Cambiano gli attori sul palcoscenico internazionale, ma siamo alle solite; prevalgono sempre l’ambiguità e gli equivoci, supportati da media schierati e conditi da fake news che consentono di interpretare mutamenti rilevanti facendoli apparire, a seconda dei casi, assai meno di quanto avrebbero dovuto essere e tali da poter essere costruiti e digeriti “sopra le teste” della ignara pubblica opinione: una disinvoltura con cui, soprattutto i democrats, ha fatto ricorso pescando dal repertorio retorico del politically correct per imbonire il pueblo, anche con provvedimenti del tutto opinabili. Che fare dunque?

Stare con i piedi per terra, confidare nella buona sorte e guardare comunque con fiducia al nuovo percorso americano, pur nel convincimento che ci sarà una certa differenza nelle azioni di governo rispetto al pregresso, nello stile, negli accenti e, in sostanza, nella policy adottata, anche se in politica estera poco cambierà: non lasciamoci però abbagliare dal nuovo taglio, adulatore, del mainstream mediatico e cerchiamo di distinguere “il grano dal loglio”, quindi le palesi manipolazioni, analizzando con logica e razionalità gli eventi che verranno, e… attendiamo almeno quei famosi 100 giorni prima di giudicare l’operato e gli effetti delle manovre della nuova amministrazione, in un senso o in quello opposto.

Giuseppe Lertora

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